|
TELEVISION Marquee Moon (Elektra - 1977)
Immaginiamo per un attimo di trasportare la nostra mente indietro di 27 anni, quando le contestazioni giovanili erano quasi arrivate al capolinea, il movimento sessantottino era degenerato in tragica pantomima e, di li’ a poco, la sua parte più estrema e degenerata sarebbe sfociata nei terribili anni di piombo. Il sogno utopico di una società fatta di amore e lisergica libertà lentamente si spegneva, anche se l’evoluzione di tecnologie come la radio permise l’affermarsi dell’identità di alcuni gruppi di persone che, tramite essa, rendevano chiari i loro disagi e soprattutto divulgavano la potente musica anarchica che arrivava dal Regno Unito. Francesco Lorusso moriva mentre i Sex Pistols ammazzavano a colpi di punk il rock’n’roll schiavo dei fronzoli nonché il progressive ormai carico di barocchismi stralunati. Nel frattempo, Joe Strummer e Mick Jones abbracciavano il reggae e lo facevano sposare apparentemente senza difficoltà alla durezza del nuovo rock anglosassone, cucendoci sopra dei testi dall’ aspro e rabbioso credo politico.
Tutto ciò accadeva più o meno nello stesso periodo in cui, dall’altra parte dell’oceano, in qualche luogo di New York, i Television di Tom Verlaine, stavano forse inconsapevolmente creando un album che avrebbe influenzato quasi tutta la scena musicale successiva. Nella confusione transitoria di quel periodo, "Marquee Moon" provocò un immenso stupore e fu l’input per la brillante carriera che accompagnerà il leader del gruppo, chitarrista talentuoso e cantante passionale. Niente di così innovativo nella sua semplicità era stato mai ascoltato fino a quel momento. Anche se fin dal loro concerto di esordio a New York, a metà degli anni Settanta, si era creato intorno al gruppo un ristretto e compatto nugolo di seguaci e ammiratori (Brian Eno nel 1975 decise di promuovere la produzione di un loro demo per la Island Records), i Television erano rimasti nella penombra. L’esordio commerciale invece, ha restituito al gruppo il riconoscimento che si meritava. I minuti che accompagnano l’ascolto di "Marquee Moon" sono cullati dal flusso sonoro inesauribile che sgorga dalla chitarra di Verlaine. Su di esso, magnetica e allucinatoria, la sua voce soffocata canta con incredibile dolcezza.
La canzone che da il titolo all’album costituisce l’esempio più calzante per confermare tutto ciò. I suoi dieci minuti prendono vita sotto diverse forme mentre viene ascoltata. Senza rendercene conto, passiamo infatti dalla quiete apparente dei due accordi iniziali, perfettamente eseguiti a ritmo e accompagnati dal canto di un Verlaine grintoso e quasi ironico, ai paesaggi immaginari che le note della sua Fender ci disegnano nella mente. Il tronco centrale della canzone è infatti un esempio di aulica tecnica chitarristica basata su un’ improvvisazione mai inavadente ma trascinante, che nel suo momento più alto, quando sembra rasentare il soffocamento, ritorna inaspettatamente ai due accordi ritmici iniziali. Con calma e senza fretta, come se niente fosse accaduto. Però guardando il lettore CD ci accorgiamo che sono passati già quasi nove minuti. Il preludio al capolavoro che la title-track rappresenta é offerto dai primi tre pezzi del disco ("See No Evil", "Venus" e "Friction"), che nella loro semplice struttura armonica vengono resi comunque unici dalla genialità della colorata chitarra di Verlaine. "Elevation" invece è un altro tentativo di ripetere l’ esperimento riuscito con il pezzo precedente: fare rincorrere le chitarre e il basso in melodie ipnotizzanti, fatte pero’ seguire dalla voce agonizzante del cantante. La romantica "Guilding Light", la rockeggiante "Prove It" e la declinante “Tony Curtain" chiudono l’album, consegnandolo all’ epopea musicale, dove tuttora si trova, continuando ad ispirare nuovi gruppi pur senza avere mai corso il rischio di spodestamento dal suo effettivo merito, e cioè quello di essere una pietra miliare nella creazione di un genere musicale che non era quello punk, in cui venne inizialmente inserito in maniera erronea, ma un’indefinibile miscela di suoni jazzati, psichedelici e pre-new wave. Temi che, alla faccia di tutte le limitazioni che provengono dalla necessità di classificarli e codificarli, si sono mantenuti integri e appetibili a tutti coloro che amano indistintamente la musica in senso stretto e che affidano alle altalenanti mutevolezze dei fraseggi chitarristici che si divincolano, morbidi e suadenti, fra la gioia e la disperazione, il sereno galleggiare della propria anima. Immancabile in qualsiasi buona discografia rock.
Claudio Nigri
|
 |
|