HOME

GLI INDIFFERENTI
di Alberto Moravia
Bompiani

In alcune pagine del 1945 lo stesso autore si sofferma sul suo primo e forse più famoso romanzo; sentiamolo: “Ho cominciato a scrivere “Gli indifferenti” nell’ottobre del 1925 e l’ho finito nel marzo del 1928 [...]. Ero partito senza idee contenutistiche ma non senza alcuni schemi letterari. Durante molti anni avevo letto moltissimi romanzi e opere teatrali. Mi ero convinto che l’apice dell’arte fosse la tragedia. D’altra parte mi sentivo più attratto dalla composizione romanzesca che da quella teatrale. Così mi ero messo in mente di scrivere un romanzo che avesse al tempo stesso le qualità di un’opera narrativa e quelle di un dramma. Un romanzo con pochi personaggi, con pochissimi luoghi, con un’azione svolta in poco tempo [...] e in cui gli interventi dell’autore fossero accuratamente aboliti in una perfetta oggettività [...]; una tragedia in forma di romanzo; ma scrivendo mi accorsi che i motivi tradizionali della tragedia [...] mi sfuggivano proprio nel momento in cui cercavo di formularli [...]. Dato l’ambiente e i personaggi, la tragedia non era possibile [...], in un mondo nel quale i valori non materiali parevano non aver diritto di esistenza e la coscienza morale si era incallita fino al punto in cui gli uomini, muovendosi per solo appetito, tendono sempre più a rassomigliare ad automi. Così la tragedia mi si spostava dai dati esteriori (seduzione di una figlia ad opera dell’amante della madre) a quelli interiori di Michele, personaggio impotente e rivoltato che partecipa dell’insensibilità generale ma conserva abbastanza consapevolezza per soffrire di questa partecipazione [...]. A questo punto qualcuno vorrà sapere perché non parlo degli intenti sociali e larvatamente politici di critica antiborghese che molti attribuiscono al romanzo. Rispondo che non ne parlo perché non c’erano. Se per critica antiborghese si intende un chiaro concetto classista, niente era più lontano dal mio animo in quel tempo. Essendo nato e facendo parte di una società borghese ed essendo allora borghese io stesso (almeno per quanto riguardava il modo di vivere) “Gli indifferenti” furono tutt’al più un mezzo per rendermi consapevole di questa mia condizione [...]. Che poi “Gli indifferenti” sia risultato un libro antiborghese questa è tutta un’altra faccenda. La colpa o il merito è soprattutto della borghesia [...]” (A. Moravia, “L’uomo come fine”, Milano 1972, pagg. 10-14).

Queste parole, così chiare e definitive, come chiara e definitiva è sempre la prosa del loro autore, non sono bastate a spegnere una polemica che ha sempre infiammato la critica moraviana. Ma vediamo di partire dal libro stesso, analizzandolo direttamente; in effetti esso sembra piuttosto un dramma, in sedici quarti e due atti: due giorni della vita della famiglia romana Ardengo, quasi sempre ambientati nel loro salotto, e vissuti da soli cinque personaggi principali. Gli Ardengo (Mariagrazia, vedova, e i due figli, Michele e Carla), un tempo ricchi, sono ora sull’orlo di una rovina economica, e vivono nella noiosa mediocrità, non avvertita tuttavia dalla madre, presa dall’amore per Leo Merumeci, un avventuriero che vuole ora impadronirsi della sua villa, dopo averle divorato il patrimonio. Carla ne vorrebbe evadere, ad ogni costo, e Michele vorrebbe superarla con un qualche “gesto”. Merumeci insidia ora Carla, piacevole conquista, ma anche per i suoi intenti economici; Michele vorrebbe smascherarlo davanti a tutti, cosa che tenta, con una umiliante sconfitta, di fare a una cena, teatro della vacuità morale di tutti. Carla, proprio per questo tentativo del fratello, e per il suo fallimento, decide di concedersi a Leo, per uscire dalla mediocrità, anche a costo dell’abiezione. Il giorno seguente è il suo compleanno, e tutti si ritrovano al rito borghese del pranzo. Michele e Leo si scontrano ancora, e il primo tenta invano (giacché Leo si scosta) di schiaffeggiare l’altro. Michele riassume l’inutilità della sua dimensione sociale con la storiella dei briganti, storia nella storia, senza senso, simbolo di un grigiore esistenziale, cui Carla intanto reagisce ubriacandosi, visto che è la sua festa. Leo tenta di approfittare di lei, con gesti degradanti in una dimensione ormai abietta, nel parco della villa; tutto culmina con il vomito della ragazza. Nel pomeriggio vanno tutti a ballare (anche questo un rito borghese) con la solita fatuità; la sera si ritrovano di nuovo nel salotto, dove esplode però la ribellione di Michele, che lancia un posacenere a Leo, che lo ha trattato da bambino: ancora una volta però non colpisce Leo, sfiorando invece la madre, che reagisce con isterici lamenti. La notte Leo possiede Carla, che gli aveva dato appuntamento, ed è questo l’unico “atto” della vicenda, per entrambi i protagonisti, sebbene da punti di vista diversi. Michele viene a sapere del fatto da Lisa, ex amante di Leo, che ha cercato di circuire anche lui. La cosa, per gli antichi “valori”, sarebbe da lavare con il sangue: così si illude di voler fare Michele, con un “gesto” finalmente liberatorio, sicché acquista pistola e proiettili e va a casa di Leo, mentre con lui è ancora Carla. Ma ha dimenticato di caricare l’arma, e non succede nulla, anzi così succede “tutto”: Leo sposerà Carla, raggiungendo tutti i suoi obiettivi, Mariagrazia tornerà alla sua incoscienza, Michele troverà un lavoro proprio grazie a Leo, e forse diverrà l’amante di Lisa. Tutti vanno a una festa in maschera.

Questa è l’ “azione”, ma c’è anche la narrazione delle fantasticherie dei personaggi, specialmente di Michele, prototipo dell’individuo “borghese”, sebbene “rivoltato”, come afferma Moravia, fantasticherie sempre contraddette dall’azione. Insomma, nel dialogo fra i personaggi, futile sempre, si inserisce, in particolare in Michele, il loro monologo interiore, che evidenzia la povertà del loro mondo, e l’inconsistenza della loro volontà di riscatto (nel caso di Michele). Attraverso poi la tecnica del discorso indiretto libero, tutti i personaggi costruiscono la loro “proiezione ideale”, del resto mediocre anch’essa, com’è stato notato (il Lukàcs aveva del resto notato l’impossibilità di una tragedia nel mondo dei “poveri di spirito” borghesi). Una commedia risulta dunque il libro, più che una tragedia, una commedia grottesca, e anche pirandelliana. Tenuto conto infatti delle parole illuminanti dell’autore (che del resto aveva diciotto anni quando cominciò il libro), e del periodo (gli anni Venti) della sua composizione e pubblicazione (1929), “Gli indifferenti” ben si inquadrano in un’epoca tipicamente decadente, nella sua più profonda essenza, quella del “male di vivere”, che nato addirittura nel Settecento con il Werther goethiano, attraverso il Romanticismo, nutrito da vicende storiche che avevano visto l’ascesa e la caduta di uomini ed epopee, di nazioni e di ideologie sociali e filosofiche, era approdato alla sensazione di un’insufficienza a vivere, dell’impossibilità di qualsiasi soluzione escogitata dagli uomini per guarire il proprio mondo. Da Leopardi, dai naturalisti francesi, da Verga, da Pirandello, da D’Annunzio, da Proust, da Thomas Mann, da Svevo, ormai, dopo la prima guerra mondiale, la “malattia” appare veramente congenita, e il giovane Moravia, che per altro ha passato l’infanzia e l’adolescenza “veramente” malato, in vari sanatori, per tre anni immobile a letto per una tubercolosi ossea, è, incredibilmente per la sua età (e in questo davvero si avvicina a Leopardi), pienamente partecipe della “decadenza”, non solo però della borghesia del suo tempo, com’egli stesso e tanti critici hanno notato, ma dell’uomo, della vita, dei suoi valori. Quei libri che ha divorato nella sua giovinezza senza studi, quel punto di osservazione, gli danno l’idea della vita stessa che ormai da decenni si chiama “decadente”, e che non ha nulla a che fare con l’idea della vita del fascismo (appena giunto al potere, ma che al giovane scrittore non interessa), idea tutta volta a superare la mediocrità borghese, con “valori” di antica origine e nuova fattibilità.

E’ D’Annunzio lo scrittore che reagisce -con immagini e vicende di superiorità fisica e intellettuale, con la delineazione di una vita “inimitabile”, in una luce che potrà dirsi gradita al fascismo, che del fascismo del resto era almeno una parte- al vuoto della vita borghese; ma un Pirandello e uno Svevo vi avevano già scavato in quel vuoto, trovandovi terribili affermazioni e negazioni di verità, con una costante ricerca in molte opere il primo, già famoso prima del 1925, con poche opere, pressoché ignote, il secondo (“Senilità” è del 1898, la “Coscienza di Zeno” del 1923, due anni prima della stesura de “Gli indifferenti”). Come i più grandi scrittori del tempo, dunque, il giovanissimo Moravia affronta una tematica grave, i cui contorni meglio definirà nelle opere seguenti, dove pure si servirà dei plumbei colori dell’epoca fascista per approfondire il suo senso del nulla, dell’ “indifferenza”, come dal suo primo libro si chiamerà il moderno avvertimento della vita, come da Svevo viene il termine “inettitudine”, da Musil la sensazione del vivere “senza qualità” (Moravia a sua volta precedette Musil, il cui incompiuto “L’uomo senza qualità” fu conosciuto dopo il 1930). Il fascismo, dirà Moravia stesso, fu, con la sua malattia giovanile, la cosa più importante della sua vita, ma negli anni Trenta, e per giunta indirettamente, giacché in quel decennio egli visse poco in Italia, viaggiando dall’America alla Cina all’India. Soltanto durante la guerra dovette nascondersi, per sfuggire all’arresto. Gli anni che quindi da lontano vedeva come grigi (ma bellissima -è sempre lui a dirlo- gli appariva la vita dell’Italia della gente semplice di allora) furono solo nel 1951 oggetto d’indagine del romanzo che forse è il suo capolavoro, “Il conformista”, dove però un fatto individuale, uno stato di “malattia” porta il protagonista a cercare di conformarsi a una condizione di finta “salute”, in realtà malattia mascherata da salute. Ma il dramma del protagonista, intellettuale, svevianamente anche lui, fallito, de “La noia” è datato 1960, e il fascismo non c’entra proprio, come in tanti libri, più o meno importanti, degli anni più recenti, dove sempre più accentrato sulla problematica sessuale, il “male di vivere” moraviano si tinge dei soliti grigi e spenti colori, così potenti tuttavia proprio per il loro grigiore, così pregnanti per via di quella prosa sempre più asciutta, quasi machiavelliana, che rende Alberto Moravia lo scrittore forse più grande del Novecento italiano. Del resto lo stile di Pirandello non era -volutamente- affascinante, e quello di Svevo era nato addirittura scorretto. Lo stile di Moravia è comunque quello proprio del suo mondo, sempre tragico, dal primo all’ultimo libro, stile nato addirittura da un intento, come si è visto dalle sue parole del 1945, di sapore naturalistico, nella sua indagine “oggettiva” su una realtà che dunque non ha precise motivazioni politiche (del resto anche per gli anni 1925-28), non avvertibili chiaramente da nessuno, ma basi antiche, e affondate nell’esistenza stessa dell’uomo. Un poeta, Eugenio Montale, anche lui destinato a grande fama, e anche lui in seguito avversato dal fascismo, già nel 1916 aveva scritto che “è tutta la vita e il suo travaglio/in questo seguitare una muraglia/che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”.

Roberto Di Fede

 

 

© SENSORIUM.IT - Tutti i diritti riservati      STAFF    CONTATTI    LINKS