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LE PORTE DELLA PERCEZIONE "Se le porte della percezione fossero sgomberate, ogni cosa apparirebbe così com’è, infinita." Così scriveva William Blake, senza sapere che influenza avrebbero avuto anni dopo queste parole sul giovane Jim Morrison, che di li a poco avrebbe dato vita all’esperienza letterario-musicale dei Doors. Da sempre l’assunzione di sostanze stupefacenti ha affascinato l’universo letterario e scientifico, e spesso i due saperi hanno unito le rispettive ricerche fatte al proposito per osservare quale effetto le droghe avessero su scrittori o scienziati. Un esempio classico ci viene dalla Francia di metà '800, dove lo psichiatra Joseph Motov de Tours, dopo un viaggio in Algeria che gli spalancò le porte della conoscenza circa i benefici che si potevano trarre in seguito all’assunzione di hascish, fondò il 'Club de Les Hascishins', frequentato da gente come Gautier, Baudelaire, Balzac (che da bravo sostenitore della teoria secondo la quale la forza di volontà non poteva essere 'viziata' da sostanze che ne alterassero l’efficacia, era spettatore passivo degli allegri simposi cui i suoi colleghi si sottoponevano), che insieme a psicologi e pittori, assumevano la droga e ne sperimentavano personalmente gli effetti. Questi intellettuali, padri della moderna poesia, hanno aperto un filone letterario i cui componenti credevano che, con l’utilizzo di sostanze alteranti la psiche, fosse possibile raggiungere l’essenza simbolica delle cose, sperimentando la ricerca del non visibile e l’esplorazione dei meandri più reconditi dell’immaginazione, rivelabili solo attraverso una manipolazione esterna indotta. Rimbaud, Baudelaire, Maupassant, Burroghs, Ginsberg, Kesey e chissà quanti altri, sono stati la testimonianza vivente di questi esperimenti. Il libro in questione è un saggio di Aldous Huxley (1894-1963, lo stesso giorno in cui a Dallas ammazzavano J.F.K.), romanziere e saggista, via di passaggio obbligatoria se dopo la lettura dell’ "Elogio della follia" di Erasmo da Rotterdam, volessimo iniziare a capire un po’ di più sullo stile e sulle tematiche che permeano i libri dell’americano Tom Robbins. Huxley, cento anni dopo l’esperienza di De Tours e Gautier, che provarono a fare un’analisi generale (filosofica e scientifica) di quelli che erano gli effetti dell’hashish sul cervello umano attraverso l’autosperimentazione e il confronto delle esperienze (l’uno era psicologo, l’altro poeta, quindi il sostrato psicologico dove l’hashish avrebbe liberato i suoi effetti era differente e avrebbe di conseguenza provocato diverse reazioni), decide insieme allo psichiatra Humphrey Osmond, di dare vita ad un progetto simile, utilizzando però come mezzo per il raggiungimento del sub-cosciente la mescalina, recente derivato del peyotl, droga già conosciuta ed idolatrata nell’America del Sud, però del tutto sconosciuta negli Stati Uniti. I risultati degli studi sono stati divisi in due sezioni; la prima, relativa agli effetti psicologici della droga sull’uomo, ha ravvisato un’insolita somiglianza fra questi e i comportamenti ambigui propri dei malati di schizofrenia. Per assurdo si è addirittura pensato che grazie alla mescalina si sarebbero potuti risolvere i problemi relativi a questa dura infermità. Il secondo troncone di studi ha analizzato invece gli effetti 'benefici' che si potevano ottenere semplicemente assumendo la sostanza. L’esperienza ha dato ad Huxley la possibilità di scrivere due importanti saggi: "Le porte della percezione" e "Paradiso e Inferno"; i due scritti, bellissimi nella moderna provocazione che rappresentarono appena usciti, vanno però contestualizzati nell’epoca in cui videro la luce, e cioè a cavallo fra il 1950 e il 1955. In quegli anni ribolliva, sotto la dura corteccia ipocrita dell’ 'american way of life' fatta di allegre famigliole riunite davanti alla TV, un sentimento di opposizione a questi schemi reimpostati e propagandati come i 'migliori'. La non accettazione di questo stile di vita ostracizzante fece da fulcro al proliferare delle idee di libertà e al rinnovamento ideologico di un’intera società fino ad allora rimasta in silenzio. L’autore, per quanto usi dei mezzi letterari non necessariamente condivisibili, scrive un vero e proprio trattato filosofico che, con assoluta schiettezza e irriverente fantasia, disegna un quadro della condizione umana del XX secolo, troppo materialmente legata ai piaceri che provengono dall’illusorietà dei beni materiali e transitori, poco attenta alla spiritualità che vive nella semplicità di ogni colore o essere vivente che ci circonda. Sotto l’effetto della mescalina, spazio, tempo, distanza ed altre categorie di questo genere, si dilatano, perdendo progressivamente il valore che ad esse attribuiamo nella normale quotidianità della nostra esistenza, mentre le cose che cominciano a diventare davvero importanti, sono i colori multiformi che caratterizzano una stoffa in tweed, o il fascio di luce intensa che si sprigiona dai fiori in un vaso. Una camicia multicolore, se osservata dopo aver assunto la mescalina, perde il fine utilitaristico per cui è stata creata; non la guarderemo più con gli occhi limitati di chi vede in essa solo uno strumento per coprirsi e ripararsi dal freddo, ma con la lungimiranza di un esteta alla ricerca del bello 'puro' che riconduce alla purezza della natura, il quale vede nel colore la chiave di accesso verso l’infinito, il tutto globale e misterioso. La camicia diventa importante solo per il fatto che "é", esiste, così come esiste una sedia, un cane, un uomo, un meteorite. La mescalina altera alcuni processi mentali per cui l’uno, il singolo, l’oggetto o l’uomo diventano parti essenziali di un tutto universale, in cui tutto ha importanza solo per il fatto che esiste. La mescalina innalza i colori ad una maggiore forza ed impatto visivo, fino al punto che riescono ad emozionare. Queste luci, queste ombre, tutti gli effetti ottico-visivi, sono invisibili per l’uomo cieco che non ha provato la droga. La vita di un fiore avrà la stessa importanza della vita di un uomo, perché dietro il fiore c’è l’universo, c’è 'l’intelletto in genere', il tutto che ci scorre intorno e che purtroppo viene filtrato dal cervello, che nella sua funzione 'eliminativa' coglie dal tutto solo ciò che è 'realmente necessario' alla nostra esistenza. Di qui il saggio di Huxley si dilunga sull’esaltazione della mescalina come metodo per combattere l’azione di filtraggio della realtà che il cervello esercita su di noi: egli la paragona alla rivelazione artistica che coglie un Van Gogh quando racchiude la sua ansia nel dipinto "La sedia" o ad un Rembrandt o ad un qualsiasi altro pittore di paesaggi della Cina di mille anni fa. "Fissando le gonne di Giuditta, appresi che Botticelli (ma anche molti altri), avevano guardato i drappeggi con gli stessi occhi trasfigurati e trasfiguranti dei miei. Avevano visto 'l’Istgkeit', il tutto e l’infinito nelle pieghe degli abiti e avevano fatto del loro meglio per renderlo in pittura." Fin qui l’assunzione della droga sembrerebbe non avere controindicazioni; ma Huxley subito aggiunge che una nota dolente della mescalina riguarda il suo non favorire le relazioni sociali. Anzi. Il bisogno delle altre persone diventa minimo nel momento in cui ci si sente così bene con se stessi; inoltre, l’indifferenza che il consumatore nutre nei confronti delle considerazioni utilitaristiche o nel principio di autoaffermazione della presunzione, dalle parole sopravvalutate e dalle nozioni adorate idolatricamente che popolano il mondo 'normale', è molto, troppo simile al negativo senso di indifferenza che pervade il malato di schizofrenia. Isolarsi troppo dall’esterno, per quanto a volte indispensabile e benefico, se portato all’estremo avrebbe solo una funzione deleteria per la psiche. Ma anche qui Huxley non perde il suo sostegno entusiasta nei confronti della droga. L’indifferenza per il pratico e il materiale, il fascino estetico che scaturisce dall’osservazione prolungata, porta ad uno stato contemplativo, che per quanto "lasci incompiute molte cose, per lo meno ci astiene dal compierne altre che non andrebbero fatte". Claudio Nigri
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