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LA COSCIENZA DI ZENO di Italo Svevo Mondadori
Il libro, terzo romanzo di Svevo, redatto tra il 1919 e il 1922, è ambientato nella Trieste di fine Ottocento - inizi Novecento, e la storia si conclude più o meno nel periodo più acceso della prima guerra mondiale, attorno al 1916. Protagonista dell’opera è un uomo abulico, la cui tendenza ad ascoltare soltanto il proprio io, sentito in pratica come unica misura della realtà, ha paralizzato ogni capacità di agire, di comprendere se stesso e gli altri. E’ quindi un essere continuamente desideroso di migliorarsi, ma in modo velleitario, portato piuttosto ad accettare se stesso e a commiserarsi. Volendo disintossicarsi dal fumo, un vizio dal quale non riesce a liberarsi, Zeno si sottopone a una nuova terapia: la psicoanalisi. Per sei mesi si abbandona, per ordine del medico, al flusso dei ricordi, e li fissa sulla carta come una lunga confessione. Nascono così varie storie, che si riferiscono tutte a un qualche vizio o fallimento della sua vita. La conclusione del romanzo è il riconoscimento della comune “malattia” morale del nostro tempo, che la psicoanalisi non riuscirà a guarire, mancando una generale volontà di riscatto. A parte il protagonista, gli altri personaggi del romanzo appaiono come avvolti nella nebbia, confusi, non in grado di affrontare la vita (un esempio per tutti è la figura di Guido, amico -solo in seguito- e cognato di Zeno, quasi incapace di vivere da solo, fragile insomma, soltanto in apparenza forte e in qualche modo sicuro di sé), quasi ne avessero paura. L’ambiente in cui le varie parti della vicenda si sviluppano è tutto borghese; la classe sociale “commerciante” è quella attorno a cui ruotano tutti i personaggi, eccetto qualcuno, come ad esempio l’amante di Zeno, Carla, che non può certo definirsi borghese, nella sua modesta esistenza che spesso rasenta anche la miseria. Per il resto, comunque, tutto, descrizione degli ambienti compresa, è volto a evidenziare le caratteristiche di questa borghesia tanto intenta agli affari.
Tra i passi più amari del libro è certamente quello della morte del padre del protagonista, con il quale il figlio non ha mai cercato di stabilire un colloquio affettivo, che colpito da una paralisi vive per lunghi giorni privo di conoscenza. Zeno lo assiste, apparentemente come un figlio affettuoso, in realtà non ispirato dall’amore, bensì dall’egoismo: egli vuole che il padre, prima di morire, lo giustifichi, che non muoia convinto della sua insanabile debolezza spirituale. Ma prima di morire il padre, pur essendo privo di conoscenza, lo schiaffeggia, e quello schiaffo appare a Zeno come una condanna irrevocabile. La sua colpa è la mancanza d’amore, d’umanità, e appare legata al fatto che egli ha rinnegato Dio, e cioè la vita, per chiudersi nel proprio egoismo solitario. E’ nelle pagine conclusive che, a mio parere, viene a galla il significato reale del romanzo, della vita del protagonista. Qui l’anti-eroe sveviano, almeno io l’ho così definito, giunge ad attingere la propria perfezione tutta negativa: un autoinganno tale da rasentare l’ironia. L’affermazione totale, la “guarigione” alla quale il personaggio giunge, è il denaro, il successo, che egli vede come il culmine della sua esistenza; e l’inganno che egli ora fa subire a se stesso è appunto il credere che queste fossero le vere mete della sua insoddisfazione, della sua crisi esistenziale. A questo punto Zeno rigetta Freud e la psicoanalisi, denunciando la vittoria della menzogna nella lotta contro la coscienza, che è appunto il traguardo sempre mancato del libro. Significativa riguardo alla continua lotta tra “coscienza” e “incoscienza” è la bellissima scena in cui Zeno segue per errore il corteo funebre di uno sconosciuto anziché quello dell’amico Guido, che in realtà egli non ha mai amato, anzi tutt’altro, come la psicoanalisi gli dimostrerà.
Dunque è questa la vera “coscienza” di Zeno: l’aver compreso che non esistono rimedi alla grande “malattia” dell’umanità, alla sua inestinguibile sete di potere, denaro, successo; l’unico mezzo capace di annientare tutto questo è la morte. E così le ultime parole del libro assumono un tono apocalittico: l’augurio da parte di Zeno di una totale conflagrazione del mondo che ponga fine all’assurdità della vita umana. Originale è pure lo stile de “La coscienza di Zeno”, basato su tutte le comuni ineleganze della lingua italiana del tempo, che proprio per questo risulta molto espressivo. Frequenti sono i dialettalismi, particolarmente adatti all’ambientazione della vicenda a Trieste, città “circondata” dall’entroterra sloveno; ma quel che più si avverte è l’uso da parte di Svevo di costrutti spesso del tutto estranei alla nostra lingua, presi in prestito dal francese o dal tedesco, lingua quest’ultima a lui familiare. Ne “La coscienza di Zeno” non è tanto la storia in sé che attrae il lettore, quanto la figura del protagonista, che non esiterei a definire “malinconica”, e il suo pensiero, continuo, inarrestabile, che prevale su ogni altro aspetto della sua vicenda; un pensiero che sembra quasi separato dallo stesso Zeno, come una voce a lui lontana, eppur vicina all’uomo moderno, al suo sentire. Credo sia proprio questo a rendere indimenticabili certe pagine del romanzo, ritenuto non a torto uno dei capolavori della letteratura del Novecento.
Roberto Di Fede
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