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UNO NESSUNO E CENTOMILA di Luigi Pirandello Garzanti
L’ultimo romanzo di Pirandello, “Uno nessuno e centomila”, uscito a puntate sulla “Fiera letteraria” dal dicembre 1925 al giugno 1926, ebbe una lunga gestazione, di circa quindici anni. Avrebbe dovuto essere, come scrisse l’autore, il proemio della sua produzione teatrale, mentre ne diventò per certi aspetti un riepilogo, una sorta di lungo monologo, continuato per anni, dal quale uscivano a tratti frammenti che venivano utilizzati come spunti per le opere teatrali, mentre il libro attendeva invano un compimento.
Romanzo di “scomposizione della vita” lo definì Pirandello, e in effetti la linea della narrazione segna il progressivo autodistruggersi di una personalità, da quando comprende la propria impossibilità di “consistere”, di chiudersi cioè in una forma coerente e autentica; da quando cioè comprende la falsità ineluttabile dei rapporti con il prossimo e con noi stessi.
“Uno nessuno e centomila” può ben essere considerato come una continuazione della vicenda di Mattia Pascal sullo sdoppiamento della personalità. La vicenda, ambientata in un periodo pressoché contemporaneo alla stesura dell’opera, si svolge in Sicilia nell’immaginaria città di Richieri, da molti identificata in Palermo o in Agrigento. La crisi del protagonista, Vitangelo Moscarda, ha inizio quando la moglie gli fa osservare che il suo naso pende verso destra, particolare che lui non aveva mai notato. Nasce da qui in lui la sgomenta consapevolezza che la sua persona si riflette in centomila immagini tutte fallaci: tante quanti sono gli altri che lo osservano, fissandolo in una forma da loro creduta e voluta, secondo i loro particolari interessi, ma mai corrispondente alla sua realtà. Essere centomila significa dunque essere nessuno.
La prima reazione del protagonista è il “proposito disperato” di vedere e conoscere quell’estraneo che è in lui, credendo erroneamente che sia uno solo per tutti. Ma l’ “atroce dramma” a questo punto si complica. Moscarda scopre di essere centomila, e non solo per gli altri, ma anche per se stesso: tutti rinchiusi in quel nome vano e in quel suo povero corpo che era uno anch’esso, uno e nessuno.
E’ una crisi della persona, del principio d’identità. Moscarda cercherà di distruggere le false immagini di sé che sono negli altri e in lui stesso, ma non potrà farlo se non estraniandosi irreparabilmente dalla società e da quelle false credenze e rappresentazioni su cui costruiamo la nostra personalità. Egli rinuncerà alla velleità di darsi una forma per lasciare che la vita si viva in lui, immergendosi nel suo imprevedibile flusso senza più volontà, senza più sentimenti e senza memoria.
Ognuno dei personaggi del romanzo possiede qualcosa di caratteristico, di originale, che lo distingue dagli altri; eppure un filo conduttore li lega tutti: sono delle marionette, vincolate nei gesti, nelle espressioni, ridotte a degli schemi entro cui la loro misera esistenza quotidiana si svolge, a partire dallo stesso Moscarda, tutto compreso nella sua inevitabile “follia”, ridottosi alla condizione di mendico nel tentativo di raggiungere qualcosa che nemmeno lui saprebbe realmente definire. Anche la moglie del protagonista, Dida, risulta essere una figura assurda, rinchiusa com’è nella sua realtà, fatta di vane certezze e pure illusioni: è una donna fragile soltanto in apparenza, però, e si rivelerà del tutto diversa da come il marito se l’era figurata. Prescindendo dai vari personaggi secondari, lapidariamente descritti con grande intensità, tale da cogliere perfettamente nel segno la loro personalità (Firbo e Quantorzo, ad esempio), un’altra figura spicca in uno strano contesto, quasi un romanzo nel romanzo: Anna Rosa. La donna, cara amica della moglie di Moscarda, ha un’immagine ancora diversa di Vitangelo: pare abbia avuto certe confidenze da Dida, e crede di vedere in Moscarda un suo spasimante che coltiva una segreta passione per lei. Perciò nella situazione in cui egli si trova, mentre ha tutti contro, coalizzati in un’azione giudiziaria per farlo interdire, Anna Rosa gli vuole essere vicina per aiutarlo: lo invita in una badia solitaria a un colloquio nel parlatorio di suor Celestina, zia di lei, per convincerlo a chiedere l’intervento di Monsignor Vescovo, per cavarsi in qualche modo fuori dai guai in cui si trova. Ma a un tratto avviene un caso strano: le cade di mano la borsetta e dalla rivoltella che vi era e che Anna Rosa portava con sé un po’ per mania eccentrica e un po’ perché bell’oggetto e ricordo di suo padre, esplode un colpo che la ferisce a un piede. Vitangelo tra la costernazione delle religiose si incarica di riportarla a casa, dove poi l’assiste e la fa curare. Intanto gli eventi precipitano: la vicinanza di Anna Rosa risveglia in Vitangelo sopiti istinti passionali, che vengono esasperati dalla donna stordita e al contempo affascinata dal filosofare di Moscarda. Ma nel momento in cui lui sta per baciarla, questa, per sottrarsi al fascino involontariamente esercitato su di lei dall’uomo, fa partire un colpo dalla solita pistola nascosta sotto il cuscino e ferisce gravemente il povero diavolo. Quando egli sarà guarito potrà sì liberarsi della grave pendenza con la giustizia, dichiarando che il colpo di Anna Rosa era partito anche stavolta accidentalmente, ma nessuno gli crederà e si ritroverà compromesso in modo definitivo agli occhi di tutti.
Nel romanzo i fatti non vengono raccontati né del resto commentati a intervalli, ma in modo unitario. Pirandello riprende la consuetudine, inaugurata ne “Il fu Mattia Pascal”, di ordinare il racconto entro capitoli ben definiti, onde evitare una dispersione dei fatti, favorita anche dai continui rimandi al passato del protagonista. I collegamenti tra i vari capitoli non sono necessariamente mantenuti dallo sviluppo dell’azione, ma dalla voce narrante del protagonista, che alterna al racconto la riflessione e la provocazione. E’ un tono di voce che alla fine riesce costante e uniforme. La forma del racconto è basata sul soliloquio, probabilmente il tipo più congeniale all’autore.
L’interesse del romanzo appare più storico che artistico, in quanto vale più a chiarire e a determinare le posizioni del pensiero pirandelliano che a mostrarne l’arte; il titolo stesso, del resto, è una mirabile sintesi del pensiero dello scrittore. Tuttavia quel che più si apprezza non è tanto il filosofare accanito, analitico, sofistico del protagonista, quanto l’idea complessiva che ne viene fuori, una ritengo originale e profonda visione della vita. Credo che a rendere nel complesso il racconto un po’ monotono e stanco sia proprio questo eccesso di riflessione, a volte sottilissimo e quasi maniacale, costruito come un teorema. D’altro canto lo stesso umorismo pirandelliano, spesso simpatico anche quando è nero, è qui costantemente trattenuto, mai sciolto se non in qualche isolata pagina iniziale.
Si rimane comunque affascinati dalla figura del protagonista e dall’idea della vita che questi incarna, capace di far crollare qualunque sia pur solida certezza, con quello strano e misterioso riso amaro che circonda l’assoluto nichilismo pirandelliano.
Roberto Di Fede
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