|
PRIVO DI TITOLO di Andrea Camilleri Sellerio
Ultimo libro di Camilleri, pubblicato nel marzo scorso, "Privo di titolo" è senza dubbio uno dei più originali romanzi dello scrittore siciliano, che grande fortuna ha avuto con l’ormai famosissimo commissario Montalbano. Dai più conosciuto soprattutto per i gialli che vedono proprio il noto commissario come protagonista, Camilleri si rivela un fine romanziere già ne "La presa di Macallè", che come quest’ultimo suo libro è d’ambientazione storica.
"Privo di titolo", costruito su due fatti di cronaca, è una sorta di 'giallo cinematografico' (e qui si nota la mano del Camilleri regista), e in questo sta buona parte della sua originalità. Il romanzo si può infatti ben definire un 'film scritto', con una particolare struttura che presenta inizialmente i fatti per come appaiono, analizza poi alcuni dei personaggi in brevi e incisivi ritratti, ferma l’immagine per ripassare quanto è accaduto alla moviola, rallentando e rileggendo nuovamente nel fermo immagine gli eventi, espone documenti, referti, articoli di giornale, inquadrando da più angolature la vicenda, per poi ricomporre il tutto nella chiarificazione finale.
Camilleri indaga sulla mistificazione, smontando pezzo dopo pezzo un edificio di mendacità e propaganda, costruito attorno alla memoria del presunto 'unico martire fascista siciliano'. Tutto comincia in una 'notte degli imbrogli' del 1921, in cui trova la morte il giovane fascista Calogero Grattuso (Lillino). Innocente e tormentato è Michele Lopardo (ma i nomi dei protagonisti sono 'cangiati', come ci dice lo scrittore), il comunista che dell’omicidio si autoaccusa, ed è accusato. Innocente è il defunto fascista, ovviamente estraneo alla postuma cospirazione politica, defraudato della dignità di 'semplice morto privo di titolo', ammazzato per errore da un altro fascista, Antonio Impallomèni. I fatti si scompongono nel tempo, nel susseguirsi di testimonianze vere e false, per poi ricomporsi nell’impostura orchestrata da personaggi d’ogni risma, tra cui spiccano 'òmini d’ordine' e 'òmini d’onore'. La 'santità' della vittima con gli anni cresce, si fa via via più profonda, grazie all’opera strabiliante della propaganda fascista, che giunge addirittura a edificare a Caltanissetta un monumento in memoria del giovane Lillino (opera dello scultore camerata Meschino...), e si arriva al decennale della morte del 'martire', solennemente celebrato il 24 aprile 1931, che 'cadde colpito a morte da una mano bolscevica mentre difendeva i suoi ideali di giovane educato all’amor patrio'. Calogero Grattuso, nelle parole di commemorazione di un giornalista, viene infine definito 'Martire Cristiano', oltre che 'Martire Fascista'...
All’interno di questa vicenda se ne inserisce, come dicevo sopra, un’altra, una beffa spettacolare, ingegnosa, ma che, come quella principale cui questa fa direi quasi da appendice, nella sua follia rivela una realtà amara e triste, dalle tinte surreali: i gerarchi della cittadina di Caltagirone offrono e intestano a Mussolini una stupefacente 'città forestale', Mussolinia appunto, che esiste solo nell’illusione di un fotomontaggio, negli anni ulteriormente arricchita di un elemento di grande fascino, il mare, trasportato di peso nell’entroterra, con tanto di barche e reti stese ad asciugare.
Non è comunque soltanto la struttura a dare originalità a questa acuta disamina in veste di romanzo di fatti di cronaca siciliana d’epoca fascista: una funzione di prim’ordine è assegnata allo stile, quello classico di Camilleri, che si serve di un particolarissimo 'siciliano italianizzato', come lo definirei io, una vera e propria lingua che nasce dalla commistione tra dialetto siciliano e lingua italiana, in una narrazione che scorre lineare, seppur percorsa da notevoli variazioni di registro, che vanno dai toni burleschi a quelli tragici e grotteschi. Quello di Camilleri è un linguaggio fresco, vivace, che non stanca e anzi affascina il lettore. E’ un linguaggio di facile comprensione per chi è siciliano, ma credo non si possa dire altrettanto per chi siciliano non è, data la presenza ricorrente di termini dialettali il cui significato non sempre è desumibile dal contesto.
Con questo suo ultimo romanzo Andrea Camilleri ancora una volta, e credo più incisivamente, seppur in maniera diversa rispetto a "La presa di Macallè", si dimostra scrittore molto profondo, e non solo abile giallista, come potrebbe apparire dalla maggior parte delle sue opere, in grado di indagare non soltanto nelle vicende di cui sono protagonisti i suoi personaggi, ma di scavare a fondo anche in crudi fatti di cronaca, mettendo a nudo i lati oscuri e tragici dell’animo umano.
Roberto Di Fede
|
 |
|