HOME

TESS DEI D'URBERVILLE
di Thomas Hardy
Mondadori

Ho ritrovato in "Tess dei D’Urberville" tutti i colori, le atmosfere, oserei quasi dire i suoni della campagna inglese, unica nel suo genere, come sa il viaggiatore.

Ma non è soltanto con il suo 'dipingere' i vasti paesaggi, dalle a volte calde e a volte gelide tinte, che Hardy colpisce il lettore: c’è un assoluto e tetro senso di fatalismo, che avvolge tutta l’opera, sin dalle prime pagine.

Tess D’Urbeyfield, una fanciulla di modeste condizioni di un piccolo villaggio del Wessex (Marlott), viene sedotta da un giovane di famiglia benestante, Alec D’Urberville, usurpatore dell’antico nome di una nobile famiglia proveniente dalla Normandia, di cui invece Tess sembra far parte a pieno titolo. La ragazza avrà da lui un bambino, che morirà ancora neonato. Abbandonata da Alec Tess sposa, qualche tempo dopo, il figlio di un pastore ecclesiastico, Angel Clare, che però, quando Tess gli confessa la notte delle nozze il suo fallo, la abbandona. Dopo un periodo di lotte e di difficoltà Tess incontra di nuovo Alec, che la convince, nonostante la sua riluttanza, ad accettare la sua protezione. Proprio in quel periodo ritorna però da un lungo viaggio in Brasile Angel, pentito della sua durezza verso la moglie. Tess allora, accecata dal dolore di aver perduto ogni possibilità di riconciliarsi con il marito e ricostruire così la sua vita, uccide Alec. Per qualche tempo si nasconde con Angel nel New Forest, ma viene scoperta, processata e condannata a morte.

Sebbene i personaggi sembrino scontare la pena di colpe commesse (Alec come seduttore, Tess per la relazione illegittima in cui si lascia condurre, Angel per non aver compreso e avere anzi annientato con la sua durezza il desiderio di redenzione della moglie), ognuno di essi non fa che obbedire agli impulsi fondamentali del suo temperamento. In quest’inevitabile obbedienza, nel suo implicito determinismo, sta l’opera del destino, che pone quegli impulsi, siano essi verso il male o verso il bene, in contrasto con la morale, con le leggi, con i pregiudizi sociali, e determina il conflitto da cui gli individui escono vinti (ed è qui logico pensare ai 'vinti' verghiani - d’altra parte "I Malavoglia" sono di dieci anni precedenti l’opera inglese e "Mastro-don Gesualdo", che pure ha degli elementi che è facile accostare al nostro romanzo, è del 1889 - e al mondo di luci e di ombre dei paesaggi siciliani dagli indimenticabili contorni che sembrano a mio avviso molto vicini, anche se sostanzialmente diversi, al lirismo hardiano). Si avverte quasi una crudele e oscura Antiprovvidenza dietro alle figure che animano l’opera, che pare si accanisca a distruggere le creature più belle e più sane (Tess è un esempio tra tutti). La differenza sostanziale mi pare nell’assoluto scientismo dell’ideologia verghiana; Hardy è molto più 'romantico': Tess è donna, ed è sempre più femminile, si raffina, ha un suo mondo interiore, non ha nulla della Diodata o della Bianca o addirittura della Mena di Verga.

Il fatalismo di Hardy si manifesta insomma in questo romanzo nella forma assoluta di una forza ostile che agisce "al di là del bene e del male". Il destino assume qui le sembianze di un burattinaio, che regge i fili dei suoi personaggi e fa sì che le loro vite si svolgano su dei binari, da cui è impossibile allontanarsi (e si ha talora l’impressione che i loro 'movimenti' siano fin troppo vincolati).

"Tess dei D’Urberville" è indubbiamente un romanzo affascinante, sotto molti punti di vista, che ci riporta a un mondo lontano eppure sempre vivo, dai contorni solo apparentemente sfumati e tenui.

Roberto Di Fede

 

 

© SENSORIUM.IT - Tutti i diritti riservati      STAFF    CONTATTI    LINKS