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MASTRO-DON GESUALDO
di Giovanni Verga
BUR

"Mastro-don Gesualdo", secondo romanzo dell’incompleto ciclo dei 'vinti' di Verga, scritto in un lungo arco di tempo e uscito in edizione definitiva soltanto nel 1889, è ambientato nella Sicilia dell’epoca, in un ambiente di miseria e squallore che ora attrae e ora allontana il lettore.

Nel libro si narra la vicenda di un manovale, mastro-don Gesualdo appunto, che è riuscito a 'farsi' da solo, divenendo ricco con il proprio lavoro, e che appunto per questo verrà odiato da tutti, trattato ora con disprezzo ora con ironia da molti dei suoi compaesani, che vedranno in lui un nemico, colui che è diventato 'superiore' pur essendo umile come loro.

Tutto il romanzo ruota attorno al concetto della 'roba'; le azioni, o i pensieri addirittura, sono volti all’accumulo di roba, di denaro, in un’incessante e frenetica attività di speculazione: un mondo di estremo materialismo, dove neanche per i sentimenti c’è posto, perché la roba involve tutto, e chi con essa crede di poter comprare pure la vita diverrà, come appunto accadrà a Mastro-don Gesualdo, 'roba', divorato da questo ossessionante pensiero.

Il mondo rappresentato da Verga è di un realismo estremo, crudo, senza vie d’uscita: il romanzo ha senza dubbio un valore altissimo, ma a volte sembra quasi soffocante, tale è la miseria descrittavi, e riesce difficile leggerlo con piacere.

I personaggi sono tutti 'fotografati' in modo incredibilmente completo e dettagliato, analizzati ognuno nelle proprie attitudini, nel proprio aspetto, quasi fossero degli automi. E in fondo credo sia proprio questa l’intenzione dell’autore, fare apparire cioè l’uomo come una marionetta, che non può fare altro che andare incontro al proprio destino, che niente e nessuno potrà cambiare. E’ questo infatti il 'Verismo', le cui principali caratteristiche e tecniche si notano in parte anche nello stile, 'crudo' e aspro,  con espressioni tipiche del dialetto siciliano, colorite e cariche di significati.

L’opera appare in un certo senso priva di valori, di ideali; non vi è alcuna visione positiva della vita, che emerge come un vicolo buio e cieco, inesorabile. Un esempio in proposito è l’episodio della morte di Gesualdo, il cui rantolo 'disturba' il servo, che anziché badargli cerca di dormire, e che non si preoccupa neppure di chiamare aiuto, tale è l’odio che questi ha verso un suo simile, che però è diventato ricco... Ma che, morto, diverrà 'roba di famiglia' e null’altro. "Mastro-don Gesualdo" è insomma un libro molto triste, amaro.

A parte questa 'tristezza' che pervade l’intera vicenda, il romanzo indubbiamente affascina molto, non per la storia narrata, né tantomeno per il mondo descritto, ma per l’eccezionalità del modo in cui tutto viene ambientato, narrato, capace di evocare direi addirittura materialmente cose e persone, quasi non si trattasse di un romanzo, ma della pellicola di un film. O meglio, forse, di una vecchia fotografia sbiadita, lontana nel tempo, carica di tristezza eppure capace di ricondurci al passato, a un tempo miserrimo e affascinante, della Sicilia di fine Ottocento.

Roberto Di Fede

 

 

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