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HOOD
28/01/2005 - Paris (Café De La Danse)

Hood, tre anni dopo. Avevo già assistito ad una loro performance dal vivo proprio al Café De La Danse (sono praticamente degli 'habitué' in questa sala), ai tempi del tour successivo alla pubblicazione dell'eccellente "Cold House". Grandi emozioni allora, e sensazioni analoghe anche in questa occasione. Il loro pubblico é decisamente più numeroso di questi tempi (nonché decisamente 'over-trenta'), complice anche il buon riscontro del nuovissimo album "Outside Closer". La sala é suggestiva, cosi' come la ricordavo: situato nel cuore 'storico' e turistico dell'undicesimo arrondissement (ad un centinaio di metri dalla Piazza della Bastiglia) questo 'café-teatro' gode di un'acustica (e di una visibilità) perfetta, in un contesto ambientale cupo e fumoso (sembra di sedere a bordo del Nautilus del Capitano Nemo!) che puo' ospitare non più di trecento anime. L'ambientazione ideale per godere dell'elettrica intimità del concerto degli albionici.

La prima parte spetta agli elvetici Magic Rays, autori di una mezzora abbondante di ottimo rock melodico (dalle venature noise) di brillante fattura: il quintetto (tre chitarre sulla scena) conquista gli astanti nel giro di pochi brani, suscitando un'ottima impressione. Davvero una bella sorpresa. Il tempo di smontare gli strumenti ed eccoci pronti all'avvento dei ragazzi di Leeds. Umili e simpatici come sempre, salutano il pubblico (che é tutto per loro) con ampi gesti delle mani. Si parte. Il light show che si dipana sullo sfondo illustra scenari di sterrati rurali e livide istantanee invernali che si adattano perfettamente alla loro musica. Partenza dura sulla scorta di "Any Hopeful Thoughts Arrive" ed immediato riflusso con la più melodica "The Lost You": si percepisce immediatamente la maggiore sicurezza nei propri mezzi da parte della band, che riesce a gestire al meglio l'impatto sulla scena, complice anche un Chris Adams in gran forma. Al solito, pazzesca la prova del drummer (un autentico beniamino del pubblico!) che picchia come un fabbro ferraio sulle percussioni, autentico protagonista di una corsa contro il tempo, quasi volesse sfiancarsi nella tenzone con un rivale impalpabile (cfr. il sostrato elettronico sullo sfondo). Epico e grandioso, a tratti commovente.

E' la volta dei 'classici' estratti da "Cold House", accolti dal boato del pubblico: "They Removed All Trace That Anything Had Ever Happened Here", "You Show No Emotion at All" e "The Winter Hit Hard" non hanno perso un'oncia del loro gelido magnetismo, certificando peraltro la portata dell'album in questione (a parere di chi scrive, il loro migliore di sempre). Il set fila via tra parentesi più crepuscolari ed assalti noise di scuola Mogwai, sino ai due bis: la conclusione spetta all'impagabile "You're Worth the Whole World", partenza soffice con epilogo delirante a base di feedback bruciante e chitarre sfasciate sul palco. Scrosciano applausi, anche questa volta ci hanno fatto 'viaggiare' verso luoghi ardenti ed onirici al contempo. La ressa al palchetto delle t-shirt e dei cd (venduti a prezzi modici, ovviamente) la dice lunga sul gradimento del pubblico. Un piccolo, grande trionfo annunciato: buona fortuna agli Hood per il proseguo del tour.

Michele Dicuonzo

 

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