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ARCHITECTURE IN HELSINKY
26/04/2006 - Bologna (Covoclub)

Fare tabula rasa del pop per rinnovarne le forme abusate nel tempo, decostruirlo da capo a piedi per svuotarlo di quel significato vetusto e spesso spregiativo che si porta dietro: questa l’intuizione di molte band catalogate come indiepop (che poi è una delle più stupefacenti contraddizioni in termini...), che hanno dato vita a lavori dallo spessore semplicemente disarmante (basti pensare all’ultimo degli Eels per citare uno dei casi più eclatanti). Tuttavia, pochi hanno preso alla lettera questo tipo di approccio come gli Architecture In Helsinky, veri e propri demolitori del genere, in grado di riportare all’ovile del pop ogni tipo di 'stranezza' compositiva.

Il fatto che per vederli in concerto dobbiamo attraversare mezzo stivale imporrebbe più approfondite considerazioni sociali sull’abbandono musicale e più genericamente artistico che impera al centrosud (e noi, a Roma, siamo fin troppo fortunati...), ma d’altro canto, si sa, la 'trasferta' assume sempre un sapore più gustoso. Il Covo si presenta piccolo ma particolarmente accogliente. Non appena i fantastici otto calcano il palco, i molti spettatori rispondono con singolare calore che visibilmente giova al collettivo australiano. Iniziano a suonare e subito si capisce come andrà: ci sarà parecchio da divertirsi... Infatti gli AIE, pur non riuscendo nell’impossibile impresa di raggiungere la perfezione sonora ammirata in fase di registrazione, conservano dal vivo, e anzi lo esaltano, quello spirito da hippy metropolitano che pervade le loro musiche, sempre sospese tra la canzoncina da cartone animato, la stonata e sbilenca filastrocca barrettiana e i registri del pop anni '80.

Come su disco, a fare la parte del leone sono sicuramente i fiati, in grado di conferire quella facciata comicamente seriosa che è il vero punto forte del gruppo e di fare da meraviglioso contrappunto alle melodie fanciullesche di tastiere, chitarre e voci (alla fine, se non abbiamo contato male, sono in sei su otto a cantare!), il tutto sottolineato da percussioni assurde e strumenti giocattolo, di fronte ad un pubblico che risponde benissimo, ballando senza sosta e dimostrando di conoscere alla perfezione ogni passaggio dei brani. Com’era prevedibile, suonano poco più di un’ora, prima di scendere dal palco e mischiarsi alla folla, per confondere i propri volti sudati e soddisfatti con quelli sudati e appagati dei fan: i loro motivetti, così fisicamente allegri, risuoneranno nelle nostre teste per circa tre ore e mezza sull’autostrada notturna.

Simone Ungaro

 

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