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I LOVE YOU BUT I’VE CHOSEN DARKNESS TARANTULA A.D. MADAME LINGERIE 21/10/2006 - Roma (Circolo Degli Artisti)
I Love You But I’ve Chosen Darkness, band che con l’esordio "Fear Is On Our Side" ha strappato gli applausi di tutti i nostalgici della wave oscura degli anni ’80, è di scena al Circolo Degli Artisti di Roma. Aprono i capitolini Madame Lingerie, interessante quanto misconosciuta realtà (il progetto nasce grazie all’iniziativa del batterista dei grandi Physique du Role, crema del panorama underground romano). Calcano il palco con navigata autorità e il pubblico (che per i buoni nove decimi non ha la più pallida idea di chi diavolo siano) applaude entusiasta i loro suoni aristocratici e decadenti, sempre personali, imperlati da liriche argute e irriverenti. Assolutamente da tenere d’occhio.
Dopo di loro salgono sul palco i Tarantula A.D., originalissima band newyorkese che fonde elementi classici a strutture folk-metal. L’album "Book Of Sand", che aveva visto le collaborazione di Cocorosie e Devendra Banhart, era parso poco più che interessante, ma dal vivo i Tarantula A. D. sono davvero strepitosi (fondamentalmente la loro musica non può essere imprigionata in una registrazione...). Chitarre, archi, tastiere e batteria si fondono in un subbuglio sonoro incendiario che improvvisamente si placa per ricordare la dolcezza dei Dirty Three, solo il tempo di ammaliare e poi violenta ripartenza stile Mogwai, come in una giostra sulla quale gli astanti si lasciano trasportare ammaliati.
Insomma, grande serata, e il meglio, almeno in teoria, dovrebbe ancora venire. Solo che, quando la band-attrazione-della-serata dà inizio al suo show, immediatamente viene la voglia di far tornare a suonare i Tarantula A.D.: gli I Love You But I’ve Chosen Darkness appaiono come uno di quei gruppi il cui successo è dovuto quasi esclusivamente a qualche grande produttore del suono. Infatti, i particolari toni distanti e glaciali che tanto avevamo apprezzato su disco, dal vivo risultano solo un opaco ricordo e i brani, privati del sostegno sonoro, cadono nel dimenticatoio così come tutti gli accostamenti altisonanti che erano stati sprecati (qualcuno aveva disturbato Joy Division, Cure, The Sound!). Oltretutto, manco a dirlo, compensano il tutto con una degna presenza scenica: il cantante, assolutamente svociato, ci delizia sputando in continuazione sul palco (...) e gli altri membri, mosci e svogliati, gli ruotano attorno come i mostri che la loro musica vorrebbe ma non riesce ad evocare... Un vero peccato.
Simone Ungaro
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