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KULA SHAKER
23/02/2008 - Torino (Ossigeno)

Il 2007 è stato l'anno delle grandi reunion: Police, Smashing Pumpkins e Led Zeppelin sono tornati in studio e sui palchi di tutto il mondo per dimostrare che le vecchie glorie del passato hanno ancora qualcosa di importante da dire. E i Kula Shaker non sono stati da meno: si sono chiusi in sala di registrazione e hanno dato alla luce il loro terzo album, "Strangefolk", per poi partire per un tour che li avrebbe portati prima in Giappone e poi in Europa. Il concerto all'Ossigeno di Torino li vede tornare a calcare i palchi italiani, dopo la loro prima discesa a Milano, Roma e Ravenna lo scorso ottobre, per collezionare altre date sold out nel nostro paese.

La tensostruttura di Corso Giulio Cesare a Torino si riempie quasi completamente poco prima dell'inizio del concerto, che avviene verso le 22:20. La band sale sul palco accompagnata da profumi d'incenso e da un intro molto Indian style, caratteristica che li contraddistingue sin dal primo album. "Radhe Radhe" lascia il posto a "Sound Of dDrums", per iniziare con una spinta decisamente più rock. In successione si alternano brani dei primi due cd "K" e "Peasants, Pigs and Astronauts", che risalgono ormai alla fine degli anni '90, e dell'ultimo "Strangefolk", uscito a fine agosto 2007 dopo anni di silenzio da parte del gruppo. Su "Second Sight", primo singolo estratto dal nuovo disco, si accendono i due schermi piazzati sul palco per proiettare immagini psichedeliche, in puro stile Kula Shaker. Infatti, quello che ai tempi del brit pop fece salire alla ribalta questo gruppo fu proprio la loro capacità di fondere un pop-rock estremamente british con il misticismo indiano: un mix di psichedelia e suoni di Hammond tanto cari al passato (vedi alla voce Beatles dell'ultimo periodo), suoni di sitar e mantra in sanscrito, lingua morta che però fa cantare migliaia di persone come ferventi seguaci di Krishna.

Pubblico omogeneo, molti giovani nonostante gli anni di assenza dalle scene, che si scatena su grandi glorie del passato ("303" e "Tattva") come sui pezzi nuovi ("Out On The Highway" e "Hurricane Season"); degne di nota anche le due cover che vengono proposte verso la fine della performance: "Hush", dei Deep Purple, già conosciuta ai più come colonna sonora del film "So cos'hai fatto l'estate scorsa", e "True Love Will Find You In The End" di Daniel Johnston. Il concerto si chiude con "Song Of Love/Narayana" sulle note del mantra "Aum Namah Narayana", mentre sugli schermi vengono proiettate antiche scritture in sanscrito.

La band, richiamata a gran voce, esce ancora per qualche brano: la delirante ma attuale "Great Dictator (Of The Free World)", "Great Hosannah", inno a un mondo migliore e infine "Govinda". Ancora una volta il mantra e il suo potere la fanno da padrone, mentre sugli schermi campeggia l'immagine di Krishna che suona il flauto. Unica pecca di un live che altrimenti sarebbe stato perfetto è proprio la durata: un'ora e mezza scarsa, più breve rispetto a quello di Milano dello scorso ottobre, ma sicuramente più coinvolgente. Per Crispian Mills, la cui voce è inconfondibile, sembra che il tempo non sia passato: stesso caschetto biondo e stessa voglia di snocciolare melodie sulla chitarra per far cantare e ballare il pubblico. Il resto della band è fondamentale: Alonza Bevan al basso e cori, Paulie Winterhart alla batteria (forse un po' moscia rispetto alla grande energia della chitarra di Mills) e Harry Broadbent alle tastiere (che sostituisce Jay Darlington, attualmente nella line-up degli Oasis) sostengono perfettamente la figura del leader, anche se in modo più statico. L'energia e la bravura che raggiungono il pubblico sono tangibili, a riprova del fatto che gli arrangiamenti dal vivo rendono quanto quelli del disco, nonostante la mancanza di fiati e strumentazione indiana. E allora ben vengano le reunion, se poi i risultati sono concerti come quelli di stasera.

Simona Fusetta

 

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