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PORCUPINE TREE + ANATHEMA
17/11/2007 - Roma (Teatro Tendastrisce)

Dopo il meritato successo ottenuto grazie all'ultima meravigliosa creatura, battezzata "Fear Of A Blank Planet", Steven Wilson e soci proseguono egregiamente il discorso stilistico iniziato nel 2002 con "In Absentia" e consolidato con il claustrofobico "Deadwing", passando per le convulsioni del neoato Ep "Nil Recurring" e portando in giro per il mondo una scaletta sovversiva nei confronti di ogni aspettativa ma degna di minuziosa considerazione e piena di carisma, potenza, energia e voglia di far capire al mondo intero che i quaranta anni di età non sono una soglia critica e pacificatrice. L' "albero di porcospino" accresce le sue radici, quest'anno, ancora una volta, anche in Italia.

In un posto desolato, distaccato e disperso della periferia romana (perfettamente in tema con i concetti sociali espressi nei notevolissimi testi di Mr. Wilson da molti anni a questa parte) ha avuto luogo, probabilmente, una delle migliori performance in assoluto che la band britannica abbia mai potuto estrapolare dal proprio intrinseco talento naturale. Lo spazio antistante al palcoscenico impiega solo pochi minuti per riempirsi di fedeli e curiosi spettatori, mentre dalle gradinate appare uno striscione con tanto di strafalcione lessicale ("Keep on plaing and the planet will not be blank"... O qualcosa di simile). Alle 20 in punto, ha inizio lo show di apertura dei notevolissimi Anathema, che non esitano a stravolgere il pubblico con una performance oscura, eterea e avvolgente, estrapolando, da un vasto repertorio, brani di nuova composizione misti a puri capolavori, due dei quali provenienti dal bellissimo "A Natural Disaster". Quaranta minuti di benessere sonico precedono quello che sarà, quasi certamente, il concerto più perfetto a cui il sottoscritto abbia mai assistito.

Ecco spegnersi nuovamente le luci ed apparire, sullo schermo retrostante la strumentazione del palco, i primi nevrotici segnali video provenienti dalla mente folle ma geniale di Lasse Holle (autore di molte copertine, foto e clip della band), accompagnati da elettroni sguinzagliati e liberi di fuggire ovunque in quel luogo di dispersione psichica. In un'inquietante penombra appaiono cinque figure conosciute, tra cui spicca una sagoma smilza e dai capelli lisci ed incontrollabili: è lui, Steven, la mente del gruppo, il lavoratore indefesso che non riposa un attimo pur di dare vita a tutto ciò che ha dentro. E' suo il palco, ed è esplosiva l'energia che fuoriesce dalle sue viscere lungo tutte le abbondanti due ore e dieci di show. Il sipario si apre sugli arpeggi inquietanti dell'omonima "Fear Of A Blank Planet", in cui si mettono immediatamente in risalto le doti strumentistiche dei cinque porcospini, tra cui spicca la batteria di un Gavin Harrison in forma incredibile e degno di ritmiche controverse, sballate ma coerenti, dispari ma perfettamente saldate nella loro complessità.

In seguito, è già tempo di proporre la bellissima "Lazarus" ed un brano del nuovo e intrigante Ep, per poi passare ad una successione di episodi che mai ci saremmo aspettati da Wilson e soci proprio in questo perido così frenetico e tellurico: ed ecco, allora, spuntare fuori gioielli della scorsa decade come, tra gli altri, "Waiting" e "Lightbulb Sun". Tornando al discorso iniziato con l'ultima fatica discografica, suscita estremo clamore l'incredibile suite "Anesthetize", che trasporta, automaticamente, alle frenesie di "Open Car" e alle tachicardie ritmiche di brani assolutamente allucinanti come "Way Out Of Here" e la conclusiva (precedente al bis) "Sleep Together"; il tutto magnificamente associato a videoproiezioni raffiguranti emblematiche clip in perfetto tema col senso intrinseco dei brani e assolutamente meravigliose dal punto di vista etico e sociale di riferimento (l'adolescenza minacciata dall'eccessivo sviluppo tecnologico è il tema portante dell'ultimo lavoro della band).

Un paio di minuti di pausa, poi, bastano a recupare energie per portare sul palco gli ultimi brani, perfettamente selezionati per un degno finale di qualcosa che, di per sè, stava già per essere archiviato sotto l'etichetta 'perfezione'. Più di tutto, rimarrà impressa, nella memoria dei più fedeli l'inaspettata versione di "The Sky Moves Sideway", tagliata, rimontata e completamente riarrangiata alla nuova maniera (un inizio di sola chitarra effettata e voce che veicola i neuroni verso un finale al cardiopalma); segue l'immancabile "Even Less" e la conclusiva "Halo", ritoccata in alcuni arrangiamenti chitarristici e resa più coinvolgente e degna dela chiusura di uno show tanto perfetto quanto raro a vedersi.

Riempie il cuore di gioia ed euforia vedere il Dio Wilson, ormai quarantenne, sembrare sempre più un ragazzino, scorrazzare ovunque sul palco e tremare di goduria durante l'esecuzione di ogni singolo brano. Rammarica (forse anche troppo), invece, sentirsi appuntare il solito divieto di scattare anche una sola misera fotografia. E, infine, delude lievemente l'assenza dalla scaletta di "Trains", uno dei brani più belli in assoluto della band britannica, nonchè di un qualunque altro brano proveniente da quello che, forse, è il loro miglior disco dell'ultimo periodo, "In Absentia"; mancanza che, però, viene apertamente colmata da una performance assolutamente (ripetiamo) perfetta: non una nota fuori posto, non un semitono discordante in questa serata assolutamente da incorniciare. Semplicemente meravigliosi.

Stefano Gallone

 

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