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ROCKIN' UMBRIA 2005 19-26/06/2005 - Umbertide, Spello, Perugia
Ritorna dopo sei anni di assenza dalle scene, uno dei più significativi festival dell’indipendent rock italiano. Il Rockin’ Umbria è stato infatti negli anni '80 un’importantissima vetrina per gruppi sconosciuti che sono poi esplosi in seguito, ma è stato anche il teatro dove grandi nomi della musica e della cultura internazionale hanno potuto proporre il proprio lavoro artistico.
Tra la fine degli '80 e gli inizi dei '90, Rockin’ Umbria ha infatti ospitato gente del calibro di Robert Wyatt, i Redskins, Ann Clarke, la Penguin Cafè Orchestra, i Caravan, i R.E.M. e tanti altri. Un panorama musicale quanto mai eterogeneo ma, come avrete potuto vedere, anche di un certo spessore e livello. Con lo stesso spirito di quegli anni (almeno a quanto dicono gli organizzatori, ed in effetti è stato così), il festival è fortunatamente ritornato in questa afosa estate 2005 e, in barba ai vari 'Festival del cazzo' sponsorizzati dalle varie marche di gelati, surgelati, birre, eccetera, porta sulla scena invece che quella finta punkettona di Avril Lavigne, artisti come Elvis Costello and the Imposters, i Kings of Convenience, i Tre Allegri Ragazzi Morti, i Fantomas, gli Zu.
Ma non c’è stata solamente musica; si sono susseguiti infatti reading e ascolti guidati ai testi di Elvis Costello, dibattiti sui blog e su questa nuova tipologia di comunicazione che viene dal 'basso', serate interamente dedicate all’indie rock italiano, confronti con John Vignola (Mucchio Selvaggio), Dioniso Capuano (Blow Up), Daniele di Gennaro (Minimum Fax), Mauro Ragnini (Santeria Records, nata da una costola di Audioglobe) sul presente e sul futuro delle etichette discografiche e case editrici indipendenti italiane. In più Rockin' Umbria ci ha regalato quest’anno una chicca di notevole rilievo; è stato presentato infatti in una bollente domenica in terrazza, con il monte Subasio a fare da cornice, il libro "Guida ragionevole al frastuono più atroce" di Lester Bangs. Si', signori miei, non è uno scherzo. Abbiamo dovuto aspettare più di 23 anni (data della morte di Lester), ma alla fine anche la nostra Italietta è riuscita ad avere per la prima volta un tomo pubblicato sotto il nome del più grande e lisergico critico musicale della storia.
Il merito è stato della giovane casa editrice Minimum Fax, che è riuscita con questo colpo a fare compiere un passo avanti all’editoria italiana. Lester Bangs è stato un grande. Musicista e giornalista, autore di una prosa spontanea e diretta, innovatore del linguaggio e profondissimo esperto di musica, Bangs può a tutti gli effetti essere considerato un incredibile scrittore. Si', perché le sue critiche musicali non erano delle semplici critiche, erano dei veri e propri spaccati della società americana del tempo. Lui sfruttava l’arma della parola e della musica per parlare di un'America ipocrita e troppo dipendente dallo show business. L’America che aveva fatto del divismo il suo caposaldo, dove i rockettari erano troppo presi dalle loro follie da esaltati, sfasciavano alberghi e facevano richieste assurde mentre scopiazzavano qua e là riff di chitarra da altri. Quella stessa America così maledettamente vittima del look che prevarica sulla parola e sul testo, sulla musica. Lester, nonostante una vita dissoluta, resta un punto lucido ed un occhio attento, che capisce e subisce i dettami di un gruppo sociale malato. Grande Lester, grazie Minimum Fax.
Il 25 Giugno invece, nella splendida sala dei Notari di Perugia, John Vignola ha condotto e ha fatto da relatore ad un’interessantissima (e un po’ pessimistica) conferenza nella quale si è parlato del momento non certo allegro che sono costretti a vivere i giovani (e anche meno giovani) produttori discografici ed editoriali indipendenti italiani. Nonostante gli ultimi dieci anni di rock italiano siano stati, a detta di Vignola, interessantissimi da un punto di vista di crescita e capacità creativa, allo stesso tempo sono coincisi con il crollo del mercato discografico. Finalmente infatti la musica italiana sta cominciando a strutturarsi ed a trovare un’identità, ma la gente compra molti meno dischi... Chiunque volesse farsi un’idea sui cambiamenti degli ultimi dieci anni del rock italiano, può leggere il buon libro scritto dallo stesso Vignola, "Su la testa: dieci anni di rock italiano".
Deludono invece i Kings of Convenience ma non è colpa loro. Sono bravi e su questo non c’è dubbio, ma secondo me dovrebbero suonare solo nei teatri. Di fronte allo spazio aperto di una piazzetta medievale come quella di Umbertide, il duo perde la sua capacità di ammaliare con la dolcezza della melodia, semplicemente perché non si sentiva un cazzo. Troppa gente che mormorava, gridava, si affaticava per vedere i Kings un po’ più da vicino, semplicemente per canticchiare l’unica canzone che conoscevano (avrete capito, è quella che fa "Parapopara ra ra ra parapopara ra ra... If you want to be my friend..."), ma in fin dei conti sono stati piacevoli e la birra del chioschetto era anche bella fresca... Comunque l’esperienza del Rockin’ Umbria è stata più che positiva, e speriamo di non dover aspettare altri sei anni prima di rivederla.
Claudio Nigri
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