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SOPHIA+VITO 15/04/2006 - Roma (Qube)
Difficile offrire un commento di ciò che accade al terzo piano del Qube sabato 15 aprile. Sono di scena i Sophia e l’epilogo è dei più vergognosi. Piccola premessa: il Qube è una discoteca su tre piani; pagando 5€ in più rispetto al prezzo del normale biglietto d’ingresso, si poteva accedere all’ultimo livello e dunque al concerto, al termine del quale anche la sala che lo ospitava si sarebbe trasformata in discoteca. Ma procediamo con ordine...
Dopo una lunga fila che mescola senza criterio i futuri spettatori dell’evento e i discotecari del sabato sera, riusciamo a raggiungere il terzo piano dove, in netto ritardo rispetto all’orario segnalato, finalmente si comincia. Aprono i Vito che, per chi scrive, all’oscuro del loro debutto "Make Good Areas Disturbed", risultano una gradita sorpresa. Sebbene l’acustica e il 'tunz tunz' proveniente dai piani inferiori li penalizzino, i Vito (due chitarre, basso, batteria, tastiere e voce) ammaliano i presenti con ballate a metà strada tra i Black Heart Procession e i Sigur Ros, sottolineando quanto il gruppo islandese stia influenzando le nuove generazioni sonore. Dopo poco più di mezzora, lasciano il posto all’attrazione della serata.
Robin Proper-Sheppard, nome che si cela dietro il progetto Sophia, si presenta sul palco completamente vestito di bianco, senza band e con la sola chitarra acustica. Annuncia che proporrà in versione acustica una prima parte, per poi chiudere proprio con l’ausilio dei Vito. Si lascia intravedere un concerto bellissimo. Per non far torto a nessuno, Robin compila la scaletta con le richieste del pubblico e quando inizia a cantare, con quella voce a tratti sporca, a tratti cristallina, sempre stupenda, nessuno può fare a meno di abbandonarsi al potere evocativo che i brani, sebbene orfani degli splendidi arrangiamenti ascoltati su disco, riescono a comunicare. E perfino quando per tre volte sbaglia il cantato di "I Left You", giungendo per divertita esasperazione a rifiutarsi di suonarla, gli spettatori, che gli perdonerebbero tutto visto il clima amichevole creatosi, applaudono e sorridono con lui.
A questo punto accade quello che avrebbe rovinato la serata: la sicurezza del locale, probabilmente stufa di tenere a bada la miriade di ragazzini nerovestiti (al terzo piano si balla 'dark, new wave': per accedere è necessario conoscere un pezzo dei Cure, mezzo dei Joy Division e pittarsi il viso di bianco) e non rendendo giustizia ai suddetti 5€ in più per il concerto, rende libero l’accesso alla sala. Robin si lamenta del rumore, come promesso fa salire sul palco i Vito, attacca con "Desert Song N°2”, smette perché il rumore supera i limiti del buonsenso, cerca di annichilirlo suonando forte, più forte, con i Vito che gli stanno dietro come indemoniati, poi se ne va, giustamente contrariato, senza un cenno di saluto. Tutto molto italiano.
Simone Ungaro
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