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JON SPENCER BLUES EXPLOSION
06/04/2002 - Paris (Trabendo)

E' una bella serata primaverile, e c'é una certa attesa tra il pubblico parigino (concerto sold out da giorni, col sottoscritto che ha dovuto versare un'onerosa 'tangente' monetaria al nerboruto buttafuori di turno per potersi intrufolare nella sala) per la calata della Jon Spencer Blues Explosion nel diciannovesimo arrondissement della 'Ville Lumière'. A scaldare gli animi, tra una pinta di lager e l'ennesima Marlboro, ci pensano i misconosciuti Yeah Yeah Yeah (il cui monicker é tutto un programma), trio di supporto capitanato da un'avvenente brunetta che si dimena sulla scena come un'indemoniata: il chitarrista sfodera riff pesantissimi à la Larry Lalonde, mentre la nostra gioca al massacro con le sue corde vocali, trascinando le prime file in un accenno di pogo piuttosto sostenuto. Niente male.

Il tempo di guadagnare il fronte del palco, ed ecco Spencer partire in quarta con un sound che é un pugno allo stomaco: l'atmosfera é quella ideale, torrida e bollente, ed il nostro comincia a dimenarsi come un ossesso sciorinando una serie di riff al fulmicotone perfettamente in bilico tra rock'n'roll, blues ed hard. La sezione ritmica pompa che é una bellezza, col drummer che si tortura in un lavoro sfiancante sui piatti. Parecchi brani sono evidentemente tratti dal nuovo album in uscita, ma non mancano le citazioni da "Acme", che buona parte del pubblico (per la cronaca, almeno la metà dei presenti in sala é di nazionalità americana) dimostra di conoscere a menadito. Spezzando la tensione con alcuni gustosi intermezzi funk, Spencer declama una serie di sproloqui in grado di trascinare al delirio perfino un pubblico composto ed ingessato come quello parigino. Da notare inoltre che in seguito, soprattutto durante i bis, si scatenerà un headbanging sfrenato (un tipo é letteralmente volato oltre le transenne) che mi ha ricordato lo scenario del più classico dei concerti hard. Ma tra una parentesi heavy blues e l'altra c'é anche lo spazio per ballare, con le ragazze in sala che non si fanno evidentemente pregare.

Novanta minuti di furia rock iconoclasta, con la band che dà il massimo, tirando fuori suoni apocalittici, e Jon che lascia il palco stremato, una maschera di sudore che stringe a casaccio le mani del pubblico urlando "I love you", prima che il 'solito' guastafeste della security lo inviti ad abbandonare il palco. All'uscita, il pubblico sfila via compostamente, sorridente e soddisfatto, grato di una performance grintosa e liberatoria che non dimenticherà tanto in fretta. Valga per tutti il commento di una sventola bionda-occhi azzurri-culo miracoloso che urla compiaciuta: "Putain, Jon Spencer, c'est trop fort!".

Michele Dicuonzo

 

 

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