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MOGWAI+THE MAGNIFICIENTS
19/04/2006 - Roma (Qube)

Fondendo la romantica lentezza dello slo-core e le innovazioni del movimento shoegazer, nato grazie alle intuizioni dei connazionali Jesus And Mary Chain, gli scozzesi Mogwai hanno impresso il loro marchio sugli ultimi dieci anni del cosiddetto post rock. Per una serie di casualità che fanno sorgere il sospetto della congiura, chi scrive non era mai riuscito a vederli sopra un palco. Dopo tanta attesa dunque, amplificata dall’enorme credito di straordinaria live band che i Mogwai hanno acquisito durante le loro peregrinazioni concertistiche, il tabù viene sfatato al Qube di Roma. La scelta della location denuncia ancora una volta l’incapacità della città, a cui manca una vera arena da concerto (Auditorium e strutture sportive a parte: troppo poco per una capitale...), di ospitare concerti medio-grandi: la lunga fila all’ingresso e la prevedibilmente grande affluenza gettano pesanti ombre su quello che sarà...

Come volevasi dimostrare, solo per raggiungere la sala stracolma, in cui ogni movimento diventa improbabile, ci perdiamo praticamente tutta l’esibizione dei The Magnificients, di cui riusciamo a percepire solo qualche sonorità elettro-dance 'deviata' dalla solita, pessima acustica del Qube: sempre più ombre... Dissipate non appena i Mogwai salgono sul palco. Impiegano un attimo a ricreare un’atmosfera che rischiava il collasso: la calca che spingeva da tutti i lati diventa subito una folla di solidale fortuna, la poca aria a disposizione si trasforma in calore e persino il luogo, brutto con le sue colonne piazzate qua e là, assume le splendide sembianze di un magico tempio della musica.

La musica dei Mogwai rappresenta concettualmente la lotta infinita tra rumore e suono e l’operazione che gli scozzesi compiono dal vivo è talmente semplice da sfiorare il banale: aumentare a dismisura la potenza di quei muri sonori noisy di derivazione shoegazer, che fanno male nello stomaco, e lasciare inalterata la melodia, che in questo modo appare meravigliosamente flebile, costringendo chi ascolta ad aggrapparvisi con tutte le sue forze per trovare da sé il rimedio a quel dolore. I pezzi del nuovo "Mr. Beast", privilegiati in una scaletta che spazia attraverso tutta la discografia della band, pure quelli che su disco erano apparsi più deboli, funzionano a meraviglia e sembrano, in virtù di quanto detto finora, costruiti appositamente per essere suonati dal vivo. Di quelli che quando finiscono ci rimani male; poi però ti accorgi che non finiscono mai, perché te li porti dentro.

Simone Ungaro

 

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