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NEIL YOUNG Quattro decenni su un cavallo pazzo
1966-69: da Winnipeg a Woodstock, via Los Angeles
Il viaggio del 'cavallo pazzo' inizia nel 1966 a Winnipeg, Canada, da dove Neil parte su un carro funebre del 1953 alla volta della California, in cerca di fortuna. Nella zona di Toronto si era già esibito con diverse piccole band come gli Squires, ma senza ottenere molta risonanza. La leggenda vuole che Neil, fermo ad un semaforo sul suo carro Pontiac nero, venga notato da una sua vecchia conoscenza: Stepheh Stills. Da qui, da un incrocio del Sunset Strip, nascono i Buffalo Springfield, una delle band seminali del rock americano. Completati da Bruce Palmer, Dewey Martin e Richie Furay, i Buffalo (il nome fu preso da uno schiacciasassi dell'iconografia western) esordiscono con un album omonimo nel gennaio del 1967. E' un disco di ballads folk-country-rock molto intense e melodiche, largamente influenzate dai Byrds, dai Beatles e dagli Shadows, e che rivelano il grande talento compositivo di Stills e Young, evidenziato da pezzi come "For What Is Worth", "Out Of My Mind", "Nowadays Clancy Can't Even Sing" e "Burned".
Insieme ai Byrds, i Buffalo diventano il simbolo del folk-rock americano, e si ripetono l'anno successivo con "Again", album forse meno omogeneo ma incredibilmente maturo, egregiamente prodotto e molto psichedelico, dove le ballate lasciano spazio a pezzi molto più elaborati, dilatati, stralunati, come "Bluebird", "Mr Soul", "Expecting To Fly", "Everydays" e il capolavoro "Broken Arrow". I Beatles e i Byrds sembrano essere di nuovo le influenze più ovvie, ma la musica dei Buffalo è terribilmente originale e talentuosa, trainata da due leader naturali che, purtroppo, poco dopo l'uscita del disco, prenderanno strade differenti. I Buffalo si chiudono qui: mesi dopo uscirà "Last Time Around", lavoro postumo assemblato da Jim Messina, che contiene comunque alcune splendide prove come "Special Care", "Four Days Gone", "Uno Mundo" e "I Am A Child". Ma quando "Last Time Around" arriva nei negozi, Neil è già da un'altra parte ed è pronto per l'esordio solista, che avviene nel dicembre del 1968 con un album omonimo che non rende giustizia al suo talento.
Un passo falso, senza dubbio, un folk-rock fiacco, colmo di archi e sovraincisioni, lontano anni luce dalla musica a cui Young ci abituerà negli anni a venire. Si salvano solamente gli splendidi dieci minuti di "Last Trip To Tulsa": troppo poco. Nel maggio del 1969 esce "Everybody Knows This Is Nowhere": e questo finalmente è Neil Young! Una pietra d'angolo del rock americano e, ancora oggi, una delle prove migliori del canadese: un rock spigoloso, sinistro, acido, aggressivo e struggente, suonato in presa diretta, che si apre con il riff assassino di "Cinnamon girl", il primo grande classico della carriera, assieme ad altri splendidi pezzi come le lunghissime "Down By The River" e "Cowgirl In The Sand". Lo accompagnano i Crazy Horse, che diventeranno la 'sua' band, tra divorzi e dissidi, fino ai giorni nostri, e con i quali pubblicherà, piu o meno, tutti gli album migliori. Neil, tuttavia, sembra non avere pace, e nel 1969 si unisce a Crosby, Stills & Nash, con i quali partecipa ai tre giorni di pace e amore a Woodstock, il canto del cigno di tutto il movimento hippie, l'ultima scintilla di utopia dei sixties.
Gli anni '70: all'inferno e ritorno
I seventies si aprono dove si erano chiusi i 60's. Young, insieme a Crosby, Stills & Nash, dà alle stampe il capolavoro "Deja Vu", abbondante di pezzi magnifici come "Carry On", "Deja Vu", "Woodstock", "Almost Cut My Hair" e la 'younghiana' "Helpless", un'altra ballata che diventerà un classico del repertorio del 'cavallo'. La collaborazione con i CSN sarà molto breve e, dopo un'altra splendida prova (il live doppio "4way Street"), il supergruppo si scioglie e Young torna al lavoro solista con i Crazy Horse, pubblicando il secondo capolavoro consecutivo: "After The Goldrush". Dire quali sono i pezzi migliori del disco è impossibile: le splendide ballad "Tell Me Why", "Only Love Can Break Your Heart", "After The Goldrush", "Don't Let It Bring You Down" e "Birds" si alternano con le cavalcate devastanti "When You Dance I Can Really Love" e, soprattutto, "Southern Man", sferzante, elettrica e imbizzarrita, puro Young al 100%.
Dopo tre opere di questo spessore, la carriera di Neil è lanciatissima e nel 1972 viene pubblicato "Harvest", il suo capolavoro di vendite imbattuto ancora oggi. I Crazy Horse non ci sono, rimpiazzati dagli Stray Gators, con James Taylor, Linda Rondstadt, Stephen Stills e Graham Nash come special guest. "Harvest" è un disco di country/folk-rock più solare e sofisticato dell'album precedente, ma anche con una produzione piu commerciale e troppo pulita, se si escludono i quattro minuti di fuoco di "Alabama" (che ricorda molto "Southern Man"). In ogni caso, la gran parte delle canzoni è splendida: la malinconica "Out On The Weekend", la bucolica title-track, la struggente ed orchestrata "A Man Needs A Maid", per proseguire con l'hit "Heart Of Gold", la magnifica "Old Man", il classico "The Needle And The Damage Done" e per chiudere con l'intensissima "Words".
L'album vola in testa a tutte le classifiche e apre la strada ad un tour (sempre con gli Stray Gators) 'sold out' ovunque, dove i fan si aspettano un Neil rilassato, un 'harvester' chitarra e armonica. Ma Young spiazza tutti e propone una scaletta di pezzi inediti, poco orecchiabili, suonati in maniera rude e selvaggia: il pubblico non approva, e anche nella band l'atmosferta è pessima. Comincia così il periodo oscuro di Neil, immortalato su "Times Fade Away" (1973), resoconto live del suddetto tour, un disco mai amato dal suo autore e mai ristampato su cd. Il parere di chi scrive è ben diverso; "Times Fade Away" è una testimonianza di rara spontaneità ed energia: rock con la 'erre maiuscola', sgraziato, imperfetto, selvaggio, con momenti altissimi come la title-track, "Love In Mind", "Yonder Stands The Sinner" e "Last Dance", solo per citarne alcuni.
Neil torna in studio con i Crazy Horse quando Danny Whitten (chitarrista della band) e Bruce Berry (un roadie) muoiono per overdose, gettando Young in una ancora più profonda depressione, durante la quale verranno dati alle stampe "On The Beach" e "Tonight's The Night". Il primo ad essere registrato è "Tonight's The Night" (anche se uscira dopo "On The Beach"): la depressione fa bene all'arte di Young, che questa volta pubblica la sua opera più grande. Cinquanta minuti di folk-blues oscuro, notturno, inarrivabile. Non un solo momento debole in tutto il disco, che si snoda tra ballate lugubri e disperate: "Tired Eyes", "Speakin Out", "Tonight's The Night", "Albuquerque", "World On a String", "New Mama", "Mellow My Mind" raccontano di tragedie personali ed universali, e fanno raggiungere alla musica di Young livelli emotivi mai toccati prima. Neil sta affondando, questo è chiaro, e "On The Beach" conferma questa tendenza, anche se, a differenza della prova precedente, qui si vede una luce fioca alla fine del tunnel.
Young regala lamenti desolati e splendidi come "Ambulance Blues" e "On The Beach", blues doorsiani e dylaniani come "Revolution Blues e "Vampire Blues", ma soprattutto lascia intravedere la risalita dagli inferi, che sarà completa verso la fine del 1975 con l'uscita di "Zuma", un lavoro inferiore ai precedenti (anche se di ottima fattura) ma solare, che alterna pezzi di grandissimo valore come "Cortez The Killer" (splendido classico del repertorio di Young) e "Dangerbird", a prove meno riuscite anche se apprezzabilissime come "Don't Cry No Tears", "Barstool Blues" e "Drive Back". Alla fine "Zuma" segna l'uscita dal tunnel, ma anche la fine di una serie di album di spessore enorme, che hanno caratterizzato tutta la produzione della prima metà dei settanta. Dopo "Zuma", Neil mette da parte i Crazy Horse per un nuovo progetto con Stills dal quale scaturirà "Long May You Run" (1976), con un risultato largamente al di sotto del loro potenziale. I contributi di Young sono sicuramente i migliori: la title-track è un folk piacevole, "Midnight On The Bay" è una buona ballata, ma nel complesso l'album può essere definito decente, consigliato solo agli aficionados di entrambi.
Con "American Stars'n'Bars" (del 1977), Young sembra riprendere la strada del country-folk più rilassato. Ad un lato A oggettivamente fiacco e sgangherato, si contrappone un lato B forte di ottime ballate come "Will To Love", "Star Of Bethlehem" e la torrenziale "Like A Hurricane", altro brano che diverrà un classico, riproposto in quasi tutti i concerti. Il 1978 vede la pubblicazione di "Comes A Time", che conferma la linea morbida di Young, con un album che ricorda molto le atmosfere di "Harvest", ma in tono largamente minore. Le coordinate sono sempre quelle di un country-folk troppo ovvio e didascalico, buono per qualche bifolco reazionario, ma poco interessante per i fan di Young, abituati a ben altro. Dopo due dischi del genere, tutto ci si aspetta tranne "Rust Never Sleeps".
Young torna al capolavoro con un lavoro che, nella struttura, ricorda "Subterranean Homesick Blues" di Dylan. Un primo lato di magnifiche folk-ballad, tra le più sublimi dell'intero repertorio del 'cavallo': "Pocahontas", "My My Hey Hey", "Ride My Llama", e un secondo lato (live) furioso ed elettrico, dove il feedback la fa da padrone in brani praticamente punk, come le ruvide "Sedan Delivery", "Welfare Mothers", e "Hey Hey My My", versione elettrica di "My My Hey Hey", quattro minuti abrasivi, spinti da uno dei riff piu riusciti e devastanti della carriera di Neil. Nello stesso anno esce anche "Live Rust", tratto dal tour di "Rust Never Sleeps", dove, oltre a gran parte dell'album da studio, vengono riproposti tutti i grandi classici del passato, in versioni quasi sempre da standing ovation. Neil chiude il decennio con un disco magistrale, l'ultimo a grandi livelli per molti anni.
Gli anni '80: la crisi creativa e le mille maschere di Young
Gli anni '80 si aprono con una serie di problemi familiari che costringono Young a mettere in secondo piano la musica, e lo vedono pubblicare dischi raramente buoni, spesso mediocri, se non assolutamente imbarazzanti. "Hakws and Doves", che apre il decennio, riceve recensioni dure: la rivista Rolling Stone lo definisce 'un capolavoro mancato', un disco che fu 'buttato giù' in un pomeriggio, specchio perfetto della quantità di tempo che il canadese aveva da dedicare alla musica. Ad un lato A composto da pezzi molto intimi e in alcuni casi anche piuttosto buoni (nonostante siano outtake di dischi precedenti), si contrappone un lato B pessimo: un country-folk scontato e 'repubblicano', anche nei testi, che coincidono con un apparente avvicinamento di Young alla politica di Reagan; posizione che fa infuriare il suo pubblico, memore del Neil Young di dieci anni prima che accusava, in "Ohio", i 'soldatini di latta di Nixon'.
Nel 1981 Young dà alle stampe "Re-ac-tor", assemblato in poco più di una settimana, uno dei lavori peggiori di sempre: un disco di hard-rock sconclusionato, prodotto in modo approssimativo, senza groove, e con l'invadente presenza del synclavier, un synth che riproduce diversi suoni e strumenti, e che appesantisce e involgarisce un disco che è gia pessimo di suo; pura immondizia. Con "Re-ac-tor" si chiude, per qualche anno, la collaborazione tra Neil Young e la Reprise. Il canadese passa alla Geffen ma l'intesa artistica tra autore ed etichetta è pessima fin da subito. Sembra che la Geffen non accetti alcuni lavori proposti dal canadese che, convinto di non avere sufficiente libertà, sforna in sequenza una serie di dischi vergognosi, al punto da venir citato in giudizio dalla stessa etichetta, che lo accusa di aver volontariamente pubblicato materiale non commerciale, e di "non essere Neil Young".
Il primo disco Geffen ad uscire è "Trans", un platter imbarazzante al punto che anche i fan piu fedeli, quelli che avevano sopportato gli ultimi due deludenti lavori, cominciano ad abbandonare la nave. "Trans" andrebbe ascoltato solo per capire fino a che punto è riuscito ad arrivare Young: un disco di synth-pop, appesantito da batterie elettroniche e dal vocoder, un effetto che dà alla voce un timbro robotico. Dallo scempio si salva solo l'ultimo brano, "Like An Inca", ma il resto è veramente roba da denuncia. E se "Trans" sembrava troppo brutto per essere vero, nel 1983 Young, disturbato dal fatto che la Geffen rifiuta "Old Ways" (considerandolo poco 'rock oriented'), assembla una band, si veste di rosa, si riempie di brillantina e pubblica "Everybody's Rockin" a nome Neil Young & the Shocking Pinks: un album di r'n'r anni '50, composto quasi esclusivamente da cover, che definire 'brutto' é sintomo di ampia compiacenza.
L'anno successivo, memore del rifiuto di "Old Ways", in quanto "troppo country", Neil ne pubblica una versione riveduta e corretta, calcando la mano sul country. A questo punto i dispetti reciproci fra Young e Geffen sono fin troppo evidenti: "Old Ways", suonato con una band chiamata gli International Harvesters, è un disco di country didascalico, reazionario, reso ancor più insopportabile da testi conservatori e beceri, che esaltano il 'buon americano', il contadino che si spacca la schiena, i camionisti che vanno con le autostoppiste; praticamente un campionario dei migliori luoghi comuni e nostalgici, lontani anni luce dai versi pungenti e poetici a cui i fan erano abituati. La critica (soprattutto quella europea) distrugge il disco, e la speranza che Young possa tornare a far qualcosa di decente è sempre più remota. Tali previsioni trovano conferma nel 1986, quando il museo degli orrori si arricchisce del suo pezzo più pregiato, "Landing On The Water", che ha il solo merito di essere il peggior disco di Neil Young. Affossato dai sintetizzatori, nelle intenzioni doveva essere il ritorno al rock, ma è solo un ritorno al synth-pop: un ritorno di cui nessuno sentiva il bisogno. Young affermò che poteva essere un nuovo "Tonight's The Night", ma l'unica cosa che li accomuna è che, se sul primo Young toccò il fondo dal punto di vista umano, qui lo tocca dal punto di vista artistico, pubblicando un insulto.
Il 1987 vede l'uscita di "Life" (con i Crazy Horse) che, pur essendo un lavoro fondamentalmente mediocre, lascia intravedere qualche speranza. I buoni pezzi non mancano, come le ballate "Long Walk Home" e "When Your Lonely Heart Breaks", o l'aspirante inno "Prisoners Of R'n'R", ma il tutto viene affondato dai sintetizzatori, dalle sovraincisioni, e in generale da un suono troppo 'quadrato', assolutamente inadatto all'indole dei Crazy Horse, che sono e saranno sempre una garage band. Dopo "Life", Neil Young tratta con la Geffen e riesce a svincolarsi, con la promessa di pubblicare una raccolta del periodo 1982-87, il periodo Geffen appunto, che chiamarlo 'greatest hits' sarebbe un ulteriore affronto: uscirà nel 1992 col titolo di "Lucky Thirteen". Tornato all'amata Reprise, l'anno seguente Neil forma l'ennesima band, i Bluenotes, un ensemble di nove musicisti, di cui sei fiati, e si appresta a pubblicare un disco di r'n'b.
Sembra l'ennesima follia, un'ulteriore escursione in un nuovo genere, ma non è cosi. Finalmente Young firma un bel disco, anche se non siamo ancora ai massimi livelli. "This Note's For You", questo il titolo, viene accolto con buonissime e meritate recensioni, forte di una manciata di belle canzoni, eseguite con uno dei migliori gruppi che il canadese abbia mai avuto. Ai pezzi piu 'errebi', come "Ten Men Working", "Life In The City" e "Married Man", spinti da un Neil in gran forma e dai contrappunti dei fiati, si alternano splendide e delicate ballate bluesy, impreziosite dagli inserti di sordine e shuffle, che conferiscono ai brani un'atmosfera notturna e rarefatta: "Twilight" e "Coupe De Ville" ne sono due esempi magnifici. La title-track è, finalmente, dotata di un testo 'à la Young', che attacca con ironia tutti i musicisti che vendono la propria musica per pubblicità e jingles vari. La cosa darà anche dei problemi: Mtv boicotta il videoclip ma finalmente, anche nella scrittura, si comincia a rivedere il vero Young.
L'aria della Reprise fa evidentemente bene al canadese che l'anno successivo dà alle stampe "Freedom", il disco della definitiva rinascita. Niente r'n'b, techno-pop, country melenso, brillantina. Niente maschere, solamente Neil Young, quello che dopo "Rust Never Sleeps" si era perso nel cercare di essere qualcos'altro. In principio "Freedom" sarebbe dovuto essere un disco dall'impronta musicale molto dura. Non troppo sicuro dell'idea, Neil, per tastare il terreno, fa uscire un Ep di cinque pezzi, solamente in Australia e Giappone, in edizione molto limitata (5000 copie). Il titolo è "Eldorado", cinque brani pesanti e rabbiosi, ma sopratutto splendidi. Tre di queste tracce finiranno su "Freedom", mentre altre due ("Heavy Love" e "Cocaine Eyes") rimarranno inedite e reperibili solo su "Eldorado", che con gli anni diverrà oggetto di culto per i fan del 'cavallo'.
Tuttavia Young non è completamente entusiasta del disco che, essendo eccessivamente 'hard', rischia di apparire come un'altra delle tante maschere degli ultimi anni. Il progetto viene modificato: Neil chiama Linda Ronstadt, insieme alla quale incide dei pezzi acustici, delle ballate folk, che vanno ad aggiungersi ai brani già registrati per "Eldorado". Il risultato sarà, appunto, "Freedom", che alterna passaggi di una violenza mai udita in un disco di Young, a composizioni dolci e acustiche, nella più classica tradizione folk. Un disco a metà, quindi, tra spunti furiosi e abrasivi, e momenti intimi, che segna la resurrezione del canadese, proprio alla fine di un decennio a dir poco deludente e controverso.
Gli anni '90: il grunge, Cobain e i CSN
Tornato ad alti livelli, Young apre gli anni '90 con un garage rock aggressivo, dando alle stampe "Ragged Glory" ("Gloria Stracciona"). Registrato nello studio casalingo insieme ai Crazy Horse, l'album si snoda tra splendide calvalcate rock e ci restituisce uno Young genuino, spigoloso, più che mai ispirato e straripante. Gli oltre 60 minuti di "Ragged Glory" ci regalano prove splendide come "Love To Burn", "Love And Only Love", "White Line", brani in cui la tradizione rock americana si fonde con il sound di Seattle dei primi novanta, dando vita a brani selvaggi, arricchiti da lunghi passaggi strumentali, dove il feedback e le improvvisazioni la fanno da padroni, confermando Neil e i Crazy Horse come la migliore garage band del momento. Le recensioni entusiaste si sprecano, sia in Europa che negli States, e Young viene unanimemente considerato, alla tenera età di 45 anni, il padrino del grunge dei Nirvana e dei Pearl Jam.
Terminato l'album, la band si lancia in un tour incredibile, che spazza via la maggior parte del grunge del momento. Il suono abrasivo e devastante di quei concerti finirà sul Live "Weld", uno dei migliori dischi dal vivo della storia del rock, assolutamente un 'must', che comprende buona parte di "Ragged Glory" e alcuni grandi classici in versione atomica. Come al solito, dopo un paio di prove rudi e imbizzarrite, Young torna alle atmosfere morbide del più classico folk, pubblicando "Harvest Moon", ideale e ovvio (anche nel titolo) seguito di "Harvest", precisamente 20 anni dopo. Quello che ne vien fuori è un buon disco, una raccolta di canzoni folk, spesso arricchite (o appesantite?) dagli archi. "Dreamin Man", "One Of These Days", "Unknown Legend", "War Of Man" e soprattutto la title-track ci raccontano di uno Young tranquillo, bucolico, rilassato e di gran classe, capace di pubblicare un disco equilibrato e prodotto magnificamente, dopo due album semplicemente assordanti. "Harvest" era un'altra cosa, ma "Harvest Moon" è sicuramente un lavoro di qualità pregevole, che conferma il ritrovato stato di grazia del canadese.
Terminato "Harvest Moon", Young torna in studio con i Crazy Horse, abbandonati, non molto elegantemente, dopo il tour confluito su "Weld". La band comincia a lavorare su una serie di pezzi lugubri, dilatati, una sorta di grunge depresso e notturno. Durante queste sessions muore Kurt Cobain. Il suicidio del leader dei Nirvana sconvolge Young e influenza in maniera decisiva il disco in lavorazione, a conti fatti dedicato a Cobain. "Sleep With Angels", questo il titolo definitivo, è semplicemente un capolavoro, il primo dopo molti anni; un album nero, ricco di lunghe fughe strumentali, una sorta di incrocio tra "Everybody Knows This Is Nowhere" e "Tonight's The Night" in salsa grunge, con il quale condivide l'atmosfera funerea e l'enorme impatto emotivo. Citare i brani migliori e più rappresentativi non è possibile: "Sleep With Angels" deve essere vissuto e ascoltato nel suo insieme, per poterne comprendere l'immenso valore. Young, in memoria di Cobain, decide di non concedere interviste e di non promuovere l'album, che uscirà in una veste grafica essenziale, sfocata, molto simile, anche in questo, a "Tonight's The Night".
Il 1995 vede l'uscita di "Mirrorball". La band che lo accompagna sono addirittura i Pearl Jam. Young e i Pearl Jam si erano girati intorno diverse volte, lasciandosi reciproci attestati di stima. Dopo un'esibizione e un singolo insieme, enstusiasti del risultato e del groove venutosi a creare in studio, decidono di proseguire la collaborazione per pubblicare un intero LP. Young porta altri brani, e in soli quattro giorni "Mirrorball" è pronto. Ne viene fuori una manciata di cavalcate rock devastanti come "Song X", "Downtown", "Throw Your Hatred Down", un muro del suono grezzo e assordante. La voce di Neil, mixata appositamente per risultare 'dentro gli strumenti', è assecondata dai Pearl Jam, che suonano come dei forsennati, colmando un gap artistico di oltre vent'anni. L'unico difetto del disco è quello di essere stato assemblato in troppo poco tempo. Una collaborazione di questa portata, se fosse stata sviluppata con più calma, avrebbe potuto produrre un lavoro di maggior spessore. "Mirrorball", in alcuni passaggi, dà veramente l'idea di essere stato 'buttato giù' senza pensarci troppo, risultando spontaneo e torrenziale, ma anche un po' raffazzonato. Un'occasione parzialmente mancata, che speriamo possa capitare ancora.
L'anno successivo il canadese e i Crazy Horse pubblicano "Broken Arrow" (il nome del suo ranch), dedicato al manager appena deceduto David Briggs. Se "Mirrorball" peccava di una certa approssimazione, "Broken Arrow" risulta un mezzo pasticcio. Un lavoro approssimativo, troppo breve, composto indubbiamente da un paio di grandi pezzi elettrici e da alcune buone ballate ma, a conti fatti, decisamente un passo falso. Dopo una lunga serie positiva, Young sbaglia disco e parte per un tour con i Crazy Horse, proponendo una scaletta di brani poco famosi e battuti, ma soprattutto dissipando i dubbi proposti dall'ultimo lavoro in studio. Young è in forma smagliante e "Year Of The Horse" (testimonianza su disco del suddetto tour) è un live da brividi, composto da pezzi quasi mai proposti dal vivo, un 'anti-greatest hits' che conferma la sintonia tra il canadese e i Crazy Horse, e regala un album splendido e fuori dai generi. Terminato il tour, Young si prende una lunga pausa e nel 1999 torna al lavoro con Crosby, Stills e Nash pubblicando "Looking Forward", un album senza infamia e senza lode, migliore del precedente e pessimo "American Dream", ma sufficiente a confermare il fatto che i CSN&Y non hanno più ragione di esistere.
Il nuovo millennio: la maturità artistica, il folk e Greendale
Il canadese si tiene i colpi migliori per il suo lavoro solista che esce l'anno successivo, nel 2000, con il titolo di "Silver and Gold" e che, già al primo ascolto, si rivela come l'ennesimo capitolo della 'saga Harvest'. Young torna nuovamente a pubblicare un disco di elegante folk-rock acustico, molto coeso, dove non mancano episodi di ottimo valore come la title-track, "Razor Love", "Buffalo Springfield Again" e "Good To See You", solo per citarne alcuni. Accolto con una certa sufficienza dalla critica, che lo giudica troppo morbido, il disco di un artista vicino alla sessantina e un po' rammollito, "Silver & Gold" é in realtà un bel disco, aromonioso, bucolico ed elegante, con un sound caldo, musicisti di spessore e brani di livello. E, oltretutto, album del genere Young li faceva anche a vent'anni.
Dopo due anni di silenzio, nel 2002 viene dato alle stampe "Are You Passionate?", lavoro controverso e decisamente atipico nella discografia del canadese. Registrato con Booker T & the Mg's, "Are You passionate?" risulta essere un disco decisamente 'errebi' & soul, un terreno che il canadese ha esplorato poche volte. Il risultato è, a parere di chi scrive, inferiore alle aspettative. L'album contiene sicuramente buoni pezzi ma, nel complesso, appare eccessivamente levigato e lontano dallo spirito di Young, che poco si adatta alle troppe ballate mielose e alla produzione tremendamente 'stile Stax' che caratterizzano l'opera. Ci sono anche episodi notevoli come "She's A Healer", splendido brano dalle atmosfere Jazzy, che ricorda "This Note's For You", o "Goin Home", torrenziale galoppata registrata (l'unica del disco) con i Crazy Horse; od ancora il singolo "Let's Roll", inquietante e sinistro, dedicato ai passeggeri di uno degli aerei dirottati l'undici settembre. Per il resto, tutti quei brani morbidamente R&B, discretamente piacevoli se ascoltati singolarmente, danno vita ad un album essenzialmente troppo manierato e noioso.
La critica è tiepida (per il secondo disco consecutivo), Young sembra aver perso parte della sua ispirazione, e i fan rivedono i fantasmi degli anni '80. Ci vuole una sterzata, un brusco cambio di direzione. E l'inversione di rotta arriva, l'anno successivo, con "Greendale", un concept album su una fantomatica cittadina degli Stati Uniti, sconvolta dall'omicidio di un agente di polizia da parte di un ragazzo del posto. Young analizza il fatto dal punto di vista delle famiglie coinvolte, calcando la mano sull'invadenza dei media e sul lato oscuro di una cittadina di provincia, ad un primo sguardo tranquilla e perfetta come il sogno americano, ma con i suoi bei scheletri negli armadi. Per raccontare la storia, Neil si affida di nuovo ai Crazy Horse, registrando un album di rock duro, dilatato, composto da una bella manciata di folk-blues elettrici, pastosi, molto vicini al grunge dei primi novanta, che si protraggono per oltre 75 minuti di rock spontaneo e torrenziale. Neil è in gran forma, e i Crazy Horse lo seguono alla grande in lunghi e distorti passaggi strumentali. E' sufficiente ascoltare "Double E", "Carmichael", o "Be The Rain", per capire che questo è un Neil Young di prima classe, tornato, dopo qualche anno di apparente pace, a ruggire rock ruvido e abrasivo.
L'ultimo capitolo della storia di Neil, almeno per ora, è "Prairie Wind" (che tra l'altro trovate recensito sempre su Sensorium), dove il canadese torna nuovamente a lavorare sull'ennesimo erede di "Harvest". regalando l'album più vicino, come valore, al capolavoro di vendite del 1972. "Prairie Wind", se nei pezzi non eguaglia "Harvest", nella produzione lo sovrasta. Young riesce a pubblicare un disco autunnale, dalle tinte calde e tenui, bucolico e rassicurante. E non c'è solo folk. Dai solchi del cd fuoriescono country, blues, R&B, gospel, soul: insomma, sicuramente un emulo di "Harvest", ma non solo. Per il 2006 è stata annunciata, finalmente, l'uscita della prima parte degli 'archivi', una mastodontica raccolta di tutto ciò che è rimasto fuori dagli album finora pubblicati, un'opera sulla quale il canadese e il suo staff stanno lavorando da anni, riascoltando e catalogando tutto il materiale immortalato su nastro. Si parla di una serie di boxset di grandi dimensioni (7 o 8 cd ciascuno, se non direttamente in dvd audio) che avranno, nella testa di Young, lo scopo di pubblicare e riordinare tutta la sua carriera per evitare quei dischi e quelle operazioni commerciali postume da 'avvoltoi'. Comunque, nell'attesa, la discografia del canadese è vasta a tal punto da permettere di fare a meno, per ora, dei suoi 'archivi'; e spero che questo articolo possa servire da guida per orientarsi attraverso quattro decenni di rock targato Young.
Alfredo Scacchi
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