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VAN DER GRAAF GENERATOR Psicodrammi Progressivi
Se c'è un gruppo progressive che merita l'aggettivazione di esistenziale questi sono sicuramente i Van Der Graaf Generator, e se c'è un collettivo, in tale ambito, che si è salvato, per lo meno nella considerazione critica, dal terremoto punk della fine degli anni settanta, questi sono ancora i VDGG. Troppo bravi, troppo lontani da cascami esibizionistici e da derive virtuosistiche, troppo profondi e drammatici ed in fondo troppo proiettati sul futuro per non essere ricordati e stimati anche ai giorni nostri. L'estetica e la filosofia che sottende la musica dei VDGG non trascende il reale nel favolistico, come nei Genesis, non lo dissolve nell' indeterminato, come nella grande progettualità musicale dei King Crimson, non lo avviluppa in forme estetizzanti e alla fine rassicuranti, come nel formalismo degli Emerson Lake & Palmer o degli Yes, bensì lo sviluppa nel simbolismo e nella metafora dello psicodramma, nella forza catartica dell'angoscia del divenire. Non fiabe, elfi, gnomi, ma l'angoscia del reale in una musica che quasi fin dall'inizio vive il senso del dramma, in una chiave che è si epica ma al contempo quotidiana e suburbana. In tal senso, un gruppo molto avanti rispetto al suo tempo, esilmente ma inequivocabilmente già proiettato verso il superamento del progressive come determinazione stilistica, spostando i criteri del genere in un'ottica di strategia compositiva e di progettualità artistica ed emozionale.
Il gruppo esordisce discograficamente nel 1968 con "Aerosol Grey Machine" ed è costituito da Hugh Banton alle tastiere, Keith Ellis al basso, Guy Evans alla batteria, un misterioso Jeff al flauto e da Peter Hammill, autore della totalità dei brani e leader indiscusso, alla chitarra e alla voce. Il disco è generalmente poco considerato e giudicato di transizione, ma in realtà contiene in sè, in maniera se si vuole incompleta e confusa, già tutti gli elementi propri degli anni a venire: una musica percorsa da una strana tensione sotterranea, tenuta assieme dall'organo di Hugh Banton, antieroe delle tastiere in un'epoca di solisti, e percorsa dai fremiti della vocalità di Hammill, all'esordio ancora timida e flautata. I pezzi hanno però una struttura melodica che se già contiene elementi complessi ed una forte tendenza al chiaroscuro, dall'altra appare poco limpida e coinvolgente, con il risultato di composizioni emotivamente forti ma di forma confusa, indeterminata. Spesso i pezzi sono condotti dalla chitarra acustica, che il gruppo successivamente abbandonerà quasi del tutto, dando a volte una nota quasi cantautorale a livello di arrangiamento. Il disco contiene comunque due pezzi notevoli: "Afterwards" e "Necromancer". Passa un anno, ed esce "The Least We Can Do Is Wave To Each Other", con una line-up composta da Hammill, Banton, Evans e da David Jackson ai fiati: pare sia trascorso un lustro, tanto il salto è notevole. Difatti il songwriting di Hammill è più maturo e notevolmente strutturato, l'organo di Banton descrive volute armoniche inconfondibili, la voce appare più piena e convincente, guadagnando in personalità ed aggressività, e poi a far quadrare il cerchio c'è l'acquisizione del sax di Jackson, che con il suo stile lirico e dissonante caratterizzerà il sound del gruppo per gli anni a venire. La prima facciata del vecchio LP è splendida, con la tensione e la raffinatezza armonica di "Darkness" e "White Hammer" ed il crescendo lirico della splendida ballata "Refugees", certamente uno dei brani più famosi del gruppo.
Il disco non ha successo di vendite, ma non passa inosservato se é vero che sua maestà Robert Fripp in persona scomoda la sua chitarra per suonare in un brano del successivo "H to He, Who Am the Only One" (1970), disco compiuto ed impeccabile in tutti i suoi 5 brani, tra cui si stagliano la malinconica e pianistica "House With No Door", l'inquieta, romantica "Lost" e l'aggressiva "Killer". "H To He " è un disco nel quale prende piena forma e coscienza il sound cupo e drammatico, ma sempre estremamente raffinato e non scevro di efficacissime aperture melodiche, del gruppo, ma risulta alla fine un disco di transizione, e ce ne si accorge l'anno successivo, il 1971, quando esce "Pawn Hearts", considerato giustamente il capolavoro dei VDGG e uno dei dischi cardine del progressive tutto. Difficile descrivere la suite "The Plague Of Lighthouse Keepers", con i suoi saliscendi emotivi, con la teatralità dell'impostazione vocale, con lo splendore delle parti in cui Hammill al piano stempera l' angoscia e la risolve in un romanticismo drammatico e letterario; difficile descrivere la tensione estraniante di un brano che racconta di un mondo altro ma incombente, di una musicalità quasi aliena ma presente, impossibile da ignorare. Tale splendore rischia di far passare in secondo piano gli altri due brani, altri due capolavori, "Man-Erg" e "Lemmings". Dopo "Pawn Hearts" Hammill scioglie il gruppo per proseguire i suoi progetti solistici, per poi ricompattarlo a sorpresa nel 1975 con "Godbluff".
Parte qui la seconda fase dell'esperienza dei Van Der Graaf, una fase evolutiva di estremo interesse, ma sostanzialmente ignorata e sottovalutata dal pubblico, anche legato al genere, e dalla critica. "Godbluff" è un disco buono e un po' deludente al contempo, tra pezzi di retrogusto romantico come "The Undercover Man" e l'aggressività urlata di "The Sleepwalkers", il gruppo sembra incapace di ripetere le meraviglie del periodo precedente: comincia comunque ad affiorare una maggiore urgenza e secchezza negli arrangiamenti, con la voce di Hammill che spesso si erge in un urlo disperato e commosso. Meglio farà "Still Life" del 1976: se l'iniziale "Pilgrims" ci riporta indietro di qualche anno, il successivo brano che da' il titolo all'album è un qualcosa di terrificante e in qualche modo di inedito ed ineguagliato, con un inizio inquietante per voce e organo e con il successivo intervento di tutto l'organico, per un brano disperato nel suo contorto dispiegarsi.
Il successivo "World Record" (sempre 1976) farà ancora meglio: i pezzi assumono sembianze alienanti, gli arrangiamenti sono articolati ma anche più schematici rispetto al passato, la tensione esistenziale rimane in ogni caso altissima, tra un potenziale hit come la solenne "Wondering" e il minimalismo che fa capolino nella lunga e complessa "Meurglys III". L'involucro rimane legato al rock progressivo, ma sottotraccia si erge un'estetica diversa, più ruvida e meno consolatoria. "World Record" è il disco migliore della seconda fase del gruppo, se non altro per la presenza degli oltre venti primi della citata "Meurglys III", in assoluto una delle migliori composizioni di Hammill: un brano articolato, fortemente pittorico e teatrale, caratterizzato da un interplay strumentale quasi perfetto, in particolare tra l'organo di Banton e il sax di Jackson. L'anno successivo esce "The Quiet Zone/The Pleasure Dome", con il violino di Graham Smith che sostituisce il sax di Jackson: siamo sempre su livelli ottimi e l'introduzione del violino accentua ancor più gli aspetti lirici e melodrammatici della musica, interagendo alla perfezione con la voce di Hammill. Il disco contiene comunque alcuni brani deboli e non è al livello dei precedenti.
Forse Hammill è conscio che il generatore sta esaurendo la sua carica, e nel 1978 il gruppo conclude definitivamente la sua parabola, dando alle stampe un 'live', "Vital". In copertina i musicisti sono rappresentati come statuine inanimate, e ciò introduce la logica conclusione della progressione musicale dei VDGG e, in qualche modo, la sua sintesi estrema: un'opera di una tensione insostenibile, quasi brutale, cattiva e disperata, suonata in maniera aspra e ruvida, spesso guidata da secchi accordi di chitarra elettrica e dalla vocalità del leader, sempre più drammatica e teatrale, ma al contempo lontanissima da derive rumoristiche e cacofoniche e da ingenui spontaneismi. A suo modo, un disco molto più vicino ad una certa new wave che al progressive e che rappresenta il precipitato emotivo di ciò che il gruppo è sempre stato e di quello che ha saputo convogliare, di volta in volta, in forme espressive diverse. Con "Vital" si conclude dunque la storia del gruppo, proseguirà Hammill da solista con risultati alterni, ma sempre onesti. I VDGG sono stati un ensemble estraneo alle facili trappole del manierismo ed influente anche al di là dei confini, per quanto vasti e labili, del progressive rock.
Michele Chiusi
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