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PAATOS
Kallocain
(Inside Out/Audioglobe)

A due anni esatti dall'esordio, quel "Timeloss" che aveva suscitato l'impressione favorevole degli appassionati di rock progressivo, gli scandinavi Paatos (da Stoccolma) si cimentano nel seguito, affidando parte della produzione a Steven Wilson dei Porcupine Tree. Nati dalle ceneri di due ensemble rappresentativi della scena prog svedese (Landberk e Ägg), i nostri perdono in questa occasione l'apporto del chitarrista Reine Fiske, peraltro brillantemente sostituito da Peter Nylander, axeman metheniano dal misurato tocco jazz. A scanso di equivoci, "Kallocain" non é riconducibile al mero progressive: trattasi piuttosto di una ibridazione sonica intelligente ed eterodossa, che attinge tanto dal downbeat bristoliano (Portishead) quanto dall'avanguardia metal (i 3rd & The Mortal di "Memoirs", ma anche i Gathering di "Souvenirs").

I Paatos entrano in punta di piedi nel nostro immaginario esaltando l'arte del dettaglio, operando per sottrazione alla ricerca dell'essenza dei sentimenti. La serenità interiore che abitava le composizioni dei Landberk trova tra i solchi di "Kallocain" uno sbocco naturale: questa é musica per chi non ha fretta ed ha voglia di lasciarsi andare. Il timbro puro, scevro di virtuosismi superflui dell'eccellente Pertonella Nettermalm é il viatico ideale per staccare la spina col mondo e teletrasportarsi altrove: prossima alla suadente malinconia di una Julee Cruise (le vellutate "Reality" e "Won´t Be Coming Back", conformi allo spleen zuccherino degli Alpha di "The Invisible Thrill", oppure il mirabile dittico "Absinth Minded"/"Look At Us", con i due brani che vanno a fondersi come in un delicato amplesso), nonché affine all'emozionalità di una Bjork (l'essenziale "Holding On", che spezzerà più di un cuore) o di una Beth Gibbons (la deriva electro di "In Time"), la nostra é coadiuvata da un collettivo illuminato, pronto peraltro a slanciarsi in una scrittura più corposa, come nel crescendo di "Gasoline" oppure nello splendido refrain di "Happiness".

Un album ammaliante e raffinato, prodotto con maestria, che possiede il pregio unico di arrestare il tempo all'atto dell'ascolto. A parere di chi scrive, una delle migliore release di questa prima parte dell'annata. Paatos, di nome e di fatto: non avrebbero potuto scegliere un appellativo più consono.

Michele Dicuonzo

 

 

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