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CALLISTO Difficile ripresentarsi sul mercato dopo un capolavoro. I Callisto, coraggioso sestetto finnico definibile di culto in un genere di nicchia, scelgono il cambiamento. Infatti il precedente "Noir", una delle migliori uscite in ambito post-hardcore, grazie alle sue oscure atmosfere e alle maestose aperture melodiche, rischiava di essere un termine di paragone per certi versi irraggiungibile. Cambiamento, appunto. A partire da Jani Ala-Hukkala, nuovo cantante a sostituzione del defezionario Markus Myllykangas, che apporta alla band le voci pulite che mai abbiamo udito nei loro precedenti lavori. Un nuovo songwriting, maggiormente improntato alla forma canzone e al cantato, per tracce che sviluppano con estrema lentezza la loro intensitą, con una durata che oscilla tra i sei minuti scarsi e i sette abbondanti. Difficile questa volta inquadrare l'impronta atmosferica dell'album. I suoni cristallini non guastano l'emotivitą generata dalla band, ma turbano per via del modo in cui cesellano ogni singolo, lento, passaggio. Costante l'inquietudine che in passato veniva mitigata dalle aperture melodiche, ora invece resa pił agghiacciante dal cantato pulito volutamente monocorde. Li si vorrebbe odiare quando smorzano le possibili aperture inabissando senza remore gli spunti melodici. Ma in realtą chi avvezzo a queste sonoritą scopre i Callisto immediatamente li ama. Per la loro capacitą di osare, per il loro approccio al mercato quasi timido, sicuramente di profondo rispetto per l'ascoltatore. Di nuovo sorprendenti, di nuovo autori di un album da assaporare con passione. Stefano Serati
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