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HOOD Cold House (Labels)
La proposta degli albionici Hood, da Leeds, giunge alfine a completa maturazione sulla scorta di questo album, che segue il gelido "The Cycle Of Days and Seasons". Restano peraltro rarefatte ed uggiose le loro atmosfere, possedute da un alito rurale e da un alone autunnale che spesso induce all'introspezione, al ripiegamento interiore. "Cold House" é comunque il loro disco pił comunicativo, pił indifeso, e per una volta questi musicisti sfuggono al loro solipsismo per mostrare un sentore emozionale, sublimandosi in alcune linee melodiche propriamente dette. Restano comunque quelle tonalitą livide alle quali il gruppo ci ha abituati, quell'essenza misteriosa e brumosa che da sempre abita le loro canzoni.
Il suono degli Hood, oggi, é ancora pił difficile da definire, da inquadrare, ed é questo uno dei loro pregi maggiori, che condividono con una manciata di altri ensemble (citiamo giusto Pinback e Notwist) che stanno scrivendo le pagine pił significative del rock del nostro tempo. Persino l'hip-hop (cfr. la collaborazione con Clouddead in alcuni episodi del platter) si coniuga alla perfezione con questi suoni crepuscolari, che attingono all'elettronica, al folk pił desolato, all'indie rock pił introverso, persino a certa musica da camera che siamo soliti denominare 'post-rock'.
L'influenza primaria, e si tratta di un enorme complimento, é in fondo quella dei geniali Bark Psychosis, e questo "Cold House" potrebbe essere a ragion veduta il degno successore del magnifico ed indimenticato "Hex": stesse derive ambientali, analoghe pulsazioni dub, identico appeal cinematografico. Come i Bark Psychosis ibridavano sognante tenerezza e pacata disperazione, cosi' gli Hood sperimentano trame ariose, umorali, prospettive inaudite sull'asse emozionale del rock pił eterodosso. "Cold House" é un'opera difficile, spigolosa, incredibilmente austera. Ma, al contempo, é disco affascinante, davvero in grado di stregare una vasta platea. Siamo al cospetto del suono di domani.
Michele Dicuonzo
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