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ÍON Íon. Apparentemente un nome che non dirà nulla ai più. L'obbligo, quindi, per evitarvi di passare oltre senza continuare nella lettura, è di citare subito chi si cela dietro ad esso: Duncan Patterson. Si, proprio lui, la mente degli Anathema del fortunato, a detta di molti ineguagliato, periodo di "Eternity" e "Alternative 4". Lo stesso musicista che ha silenziosamente creato, unitamente al fido Michael Moss, gli Antimatter, dai quali in seguito è fuoriuscito, nel medesimo modo in cui li aveva avviati, dopo l'elegante "Planetary Confinement". Se superficialmente questi continui addii danno un'impressione di impalpabile incostanza, chi ne ha sempre seguito le gesta trova un filo logico che merita di essere spiegato, e tale interpretazione funge anche da recensione della presente pubblicazione. La costante, nella carriera di Patterson, è la sua capacità, cosa non da poco, di mettere a nudo le proprie più intime emozioni. Le quali sono frequentemente costituite da forme di disagio spirituale, eosrcizzate dall'autore grazie alla musica. Musica, negli Anathema, fortemente elettrizzata, come a voler costituire un muro sonoro a protezione della profondità dei brani, ripresi in seguito, nel periodo Antimatter, con riproposizioni in chiave acustica. Il suo contributo a questi ultimi lo ha visto abbandonare repentinamente le distorsioni a favore di sonorità composte da strumenti acustici e sampler semplici quanto carichi di pathos. L'ultimo passo di tale cammino formativo è costituito dagli Íon. Non sappiamo se e quanto durerà questo progetto, fatto sta che "Madre, Protégenos" costituisce la materializzazione di un'idea che da tempo costituiva un chiodo fisso nella sua mente. La realizzazione di un lavoro nel quale si incrociassero vari suoni, lingue, culture. Un'opera underground nella produzione ma realmente mondiale a livello di concezione. Espressioni artistiche irlandese, portoghese, messicana, italiana e greca vengono fuse con notevole dimestichezza. Incredibile valore aggiunto le prestazioni vocali delle cantanti che hanno contribuito a plasmare tale opera, un plauso particolare alla russa Emily Saaen. Limitatamente sintetizzabile come un incrocio minimalistico tra il folk e la world music, oltre al basso, chitarra classica e tastiere suonate da Patterson, spiccano la presenza di strumenti quali flauti, arpa, clarinetti e percussione varie. Doveroso il ringraziamento alla generosità artistica di questo dotato compositore. Stefano Serati
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