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MARILLION Marbles (Intact)
Ecco l'album che gli albionici Marillion hanno confezionato grazie ai fondi stanziati dagli stessi fan della band: una trovata che ha lasciato basiti gli addetti ai lavori e che vede originariamente la luce come doppio CD. La versione che ho acquistato é quella singola, ma dura quasi settanta minuti e risulta pertanto sufficientemente rappresentativa in chiave di giudizio. "Marbles" é, alla prova dei fatti, l'album più riuscito dei nostri dai tempi dell'ottimo "Season's End": all'epoca (sono passati quasi quindici anni) entrava in formazione il vocalist Steve Hogarth a sostituire il vecchio Fish. E' chiaro che il tempo passa per tutti (Hogarth in particolare, che pur eccellendo nel pathos interpretativo paga dazio in termini di estensione vocale), ma la band é riuscita ad assestare un colpo di coda ad una carriera che sembrava avviata verso il mesto viale del tramonto.
All'ascolto del platter, denso ed atmosferico al pari dei migliori tomi del genere, affiorano inesorabili echi di Floyd (cfr. le tastiere 'vintage', trapiantate di peso da "Wish You Were Here"), U2 (nell'afflato melodico dei refrain) ed addirittura Coldplay (inconfondibili certi incastri basso/pianoforte, "Parachutes" docet!), eppure la magia dei Marillion resta intatta e si evince pienamente nella pregiata fattura degli arabeschi strumentali. Davvero avvincenti, nello specifico, le tessiture avvolgenti della citata "The Invisibile Man" (a tratti suonata in 'punta di dita', a conferma dell'innata classe di questi musicisti), oppure l'immediatezza contagiosa di una "Don't Hurt Yourself", il tepore avvolgente della romantica "Angelina", l'enfasi emozionale della conclusiva "Neverland". La produzione é apprezzabile, sebbene il disco suoni incredibilmente 'seventies', pagando qualche istante di basso profilo in termini di resa sonora.
Alla vostra attenzione, per concludere, il fatidico interrogativo del sottoscritto: ricomprerei questo compact? Senza dubbio si', perché é un'opera elegante e raffinata, che ispira in tutta naturalezza ascolti ripetuti e, non ultimo, anche per un mero intendimento 'consolatorio': "Marbles" é evidentemente un disco rock di 'mezza étà', talvolta un po' autoindulgente e lievemente imbolsito, pero' l'emozione all'ascolto resta tale ("Misplaced Childhood" e "Clutching At Straws" sono punti fermi della mia adolescenza), come quando in dirittura d'arrivo viene finalmente sguinzagliato l'ottimo chitarrista Rothery, che va ad esaltarsi in una serie di fendenti gilmouriani da tregenda. Quella dei Marillion e dei loro fan é una storia di mutuo affetto che ha parchi precedenti nella storia del rock. E, come si suol dire, al cuore non si comanda.
Michele Dicuonzo
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