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NEAL MORSE
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(Inside Out/Audioglobe)

Attesa, quinta sortita solista per il 'transfuga' dagli Spock's Beard, l'ottimo polistrumentista Neal Morse, che si cimenta in un 'classico' e mistico concept album (dalla durata complessiva di quasi sessanta primi) incentrato su sonoritą progressive dal tipico stampo 'seventies'. Tra questi solchi é pertanto questione di fragranti solo gilmouriani, pirotecnici interludi tastieristici che rimandano all'opera di Genesis e Yes, ambientazioni sinfoniche zappiane, ma non solo. Ed é questo che salva il disco dall'anonimato del cumulo massificante, ovvero la volontą di Morse di diversificare costantemente la sua proposta al fine di evitare le (purtroppo) sempre attuali secche dell'auto-indulgenza.

Si spiegano cosi' l'hard funk di "Solid As The Sun", con tanto di splendido solo di sax pinkfloydiano (courtesy of Mark Leniger), le melodie beatlesiane di "The Temple of the Living God" e "Another World" (alla maniera dei Kino), i fraseggi fusion di "12" od ancora il torrido duello tra chitarra e tastiere, memore della 'lezione' dei Deep Purple, della tesa "In The Fire". Morse ha compreso che l'emulazione sistematica e calligrafica dei 'soliti' canoni progressivi, che fanno peraltro capolino in tracce del calibro di "The Outsider" e "Sweet Elation", rischiava di affossare le sue velleitą creative ed ha agito di conseguenza.

Complice una produzione praticamente perfetta, senza dimenticare il contributo degli ospiti Mike Portnoy e Jordan Rudess (Dream Theater), Roine Stolt (Flower Kings), Alan Morse e Steve Hackett, il nuovo round del 'match' a distanza che lo vede opposto ai suoi ex-compagni di squadra ne certifica il netto vantaggio. Disco caldamente consigliato ad ogni appassionato di 'prog-rock' che si rispetti.

Michele Dicuonzo

 

 

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