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SENSORIUM POLL 2008 1. EMPYR "The Peaceful Riot" Dodici mesi or sono, in chiusura del poll 2007, ci chiedevamo se l'annata a venire sarebbe stata più significativa in termini di uscite realmente memorabili. Ebbene, la domanda é ancora una volta d'attualità, giacché il 2008 ci ha senza dubbio consegnato diversi album di valore, ma sono nuovamente mancati i dischi imprescindibili, i cosidetti 'capolavori'. La tendenza qualitativa si conferma pertanto al ribasso : la quantità di lavori dati alle stampe non scema, eppure, anche quest'anno, é risultato difficile assegnare la palma del top album senza ulteriori ripensamenti. Alla fine, chi vi scrive ha deciso di premiare le nuove leve: i transalpini Empyr, all'esordio, hanno fatto le cose in grande con il loro "The Peaceful Riot", prossimo allo stile di A Perfect Circle e Deftones, mentre The Dø e Syd Matters (al terzo tomo) ci hanno consegnato due opere davvero rimarchevoli. Dall'altra parte della Manica rispondono i Laymar, genietti underground di cui sentiremo ancora parlare in futuro, ed i redivivi Verve sulla scorta di un platter non innovativo, ma se non altro godibile ed ispirato, che ha girato spesso e volentieri nel mio impianto hi-fi (la sola "Numbness" é tra le canzoni più belle del 2008). La grande sorpresa giunge invece dal Connecticut, Stati Uniti, per tramite del monumentale esordio autoprodotto degli Have A Nice Life: in bilico tra post-punk, industrial e shoegaze, il duo ha raccolto ampi consensi soprattutto grazie all'inesauribile passaparola su internet. A seguire, il convincente ritorno dei Death Cab For Cutie con "Narrow Stairs", certamente inferiore al confronto con lo splendido "Plans" del 2005, ma anch'esso forte di episodi notevoli (su tutti, la magnifica "I Will Possess Your Heart"). Buon disco anche per i bestseller Coldplay, che confermano la loro brillante vena con il vivace "Viva La Vida", opera che ha sedotto senza difficoltà il grande pubblico, al pari del dinamico come-back dei R.E.M. con "Accelerate", mentre il ritorno dei Portishead é riuscito nell'impresa di convincere appieno anche la critica. Degno di nota anche il nuovo opus dei progster Marillion, addirittura doppio, che ci ha rinfrancato dopo la scialba prova di un anno fa. In chiusura, ricordiamo anche le discrete prove di Notwist, Mogwai e Deus, certo non all'altezza della loro passata discografia, ma pur sempre piacevoli. Difficile prevedere cosa ci riserverà il 2009 ma, a meno di inattesi miracoli, la falsa riga dovrebbe essere quella nota : tante (troppe) nuove uscite e pochi platter che lasciano davvero il segno. Nella speranza, stavolta, di essere prontamente smentiti. Michele Dicuonzo 1. OPETH "Watershed" Sul finire del 2007 ci si lasciò incrociando le dita nella speranza che, nonostante l'anno entrante fosse bisestile, la qualità delle uscite a venire fosse perlomeno di livello identico a quella dell'annata che andava terminando. Bene, con gli Opeth e il loro masterpiece "Watershed" a dominare dal gradino più alto del podio, facendo scorrere lo sguardo sulla classifica del 2008, ci si può ritenere ampiamente soddisfatti. Questo grazie all'equa presenza di conferme: Opeth, appunto, Burst con l'ottimo "Lazarus Bird" a limare le piccole imperfezioni ancora presenti sul precedente "Burst", gli orgogli nostrani Klimt 1918 e Lifend, gli uni in ambito rock, gli altri nel metal, i Cult Of Luna con un album discreto, però non all'altezza dei due precedenti lavori, i Mar De Grises ormai nome di punta del doom metal, gli svizzeri Kovlo che vincono la sfida con i connazionali The Evpatoria Report. Soddisfazione anche per la presenza di due sorprese: gli italianissimi Nosound, autori del sorprendente "Lightdark", e i transalpini Demians, alias Nicolas Chapel, che vantano il pregio di aver pubblicato un valido esordio e l'onore di aver accompagnato gli Anathema nel tour europeo di supporto a "Hindsight". Le speranze che il 2009 ci riservi altrettante pregevoli uscite ci sono tutte. L'elenco comprende tra gli altri i nuovi, attesissimi album di Dredg e Anathema, la prima uscita solista di Steven Wilson e il nuovo capitolo dei suoi Porcupine Tree. Nella speranza che le aspettative degli appassionati di musica vengano ampiamente ripagate dai propri beniamini. Stefano Serati 1. PORTISHEAD "Third" 2008 così così, pur ricco di spunti interessanti. Di certo manca il capolavoro che aspettiamo da un po’. Ci vanno vicinissimi i Portishead, il cui ritorno dopo dieci anni ha regalato un disco di eleganza fosca e brumosa, con picchi di bellezza e intensità emotiva uniche. Argento per il dream pop tenebroso dei Tearwave, bronzo per gli Small Town Boredom, personalissimi e malinconici. Mark Kozelek non è poi così lontano dagli antichi fasti dei Red House Painters col progetto Sun Kil Moon e poi la conferma dei Rome, l’oscuro e languido Uneasy Flowers targato Autistic Daughters, il post rock che continua a vivere grazie alle belle prove di Laymar, This Will Destroy You e Mogwai. Bello l’ultimo Rem e graditissimo il ritorno dei Verve, mentre si aspettava qualcosina in più da Sigur Ros, Nick Cave, Deus, Castanets, Silver Mt. Zion. Manciata di dischi per gli amanti della classica moderna: Simone Ungaro 1. STEVEN WILSON "Insurgentes" Cosa dire di questa annata? Certo, sono uscite, sul mercato italiano, molte cosucce interessanti, di nostro gradimento, che ci hanno invogliato, senza dubbio, ad entrare in qualche record store nonostante il dominio incontrastato della piattezza mp3. Ma il problema di fondo, forse l’unico vero grande problema, è il seguente: sono ormai anni che tra i dieci migliori dischi della stagione compaiono, per il buon 75%, artisti che vantano non meno di una decina di anni di attività. Questo la dice davvero molto lunga sul concetto di industria discografica: a partire dai prezzi (la musica viene valutata come bene di lusso e non culturale come il libro, mettiamoci l’anima in pace), passando per il consumo (se Leona Lewis e Giusy Ferreri sono regine del soul, Aretha Franklin vorrebbe tanto resuscitare per strangolare loro e chi ce le ha messe in tv, tanto per dirne una) fino ad arrivare al concetto stesso di musica sia rock che dintorni (ragazzi, la musica non è moda, sorrisi facili, pettinature, strumenti laccati e quanto altro: è sudore, puzza di chiuso di cantina, fatica fisica e mentale, energia, dedizione...). In pratica, siamo al punto in cui se non si entra in quei pochi negozi alternativi con i propri obiettivi già puntati su alcuni dischi o artisti, non c’è più nessuno che ti dice “vieni qua che ti devo far sentire un disco bellissimo!”. Comunque, tenendo da parte questo discorso ripetuto e straripetuto in ogni contesto, è ugualmente possibile elencare una decina di titoli che si sono meritati la nostra devota attenzione nel corso dell’ultimo anno. Mi permetto di inserire il lavoro di mr. Wilson in quanto uscito a Novembre in edizione stralimitata (un po’ come fecero i Radiohead con "In Rainbows": bella l’idea artistica, non tanto il prezzo), mentre il disco semplice sarà regolarmente nei negozi nei primi giorni di Marzo. Mi concedo il lusso di evocarlo come disco dell’anno in quanto puro e semplice capolavoro. Non si conosce l’esigenza del Nostro di uscire in veste di solista, ma si tratta, forse, di uno dei lavori più sperimentali del genio londinese, dotato di efficacissime cadenze formato canzone prossime al progetto Blackfield ("Harmony Korine"), sperimentazioni elettroniche tanto al cardiopalma quanto melodicamente rifinite ("Abandoner", "Twilight Coda" e la radioheadiana "Get All You Deserte") e miste atmosfere ambientali suggestive degne dei lavori più oscuri del progetto principale Porcupine Tree. Medaglia d’argento per il trio delle meraviglie norvegesi, che torna in scena con un album controverso, dinamico ma ben equilibrato nella sua complessa varietà compositiva e ritmica (merito del nuovo e giovane drummer Kenneth Kapstad): 4 lunghe suite (tra cui spicca la prima e interminabile traccia omonima) costruiscono quell’ora di allucinazione sonica utile a rafforzare la convinzione che vede i tre non-più-ragazzi di Throndheim capaci e liberi di fare veramente tutto quello che vogliono. Da seguire anche in sede live tellurica. Medaglia di bronzo ber il duo hard blues statunitense già affermatosi, negli ultimi anni, anche sulla scena europea; seppur meno distorto e più finemente arrangiato rispetto ai lavori precedenti, il disco gode di un impatto diretto che prende al petto e scaraventa giù per terra ("I Got Mine", "Strange Times") senza tralasciare momenti di rinnovata creatività che strizzano l’occhio psichedelico ai ’70. Sotto al podio, è da evidenziare il ritorno di Nick Cave con gli storici Bad Seeds dopo la parentesi "Grinderman" che lascia, però, sopravvivere elementi blueseggianti emigrati in un disco energico e di impatto compositivo coinvolgente, anche se non ai livelli della summa "Abattoir blues...". Segue il nuovo e affascinante lavoro in studio dei Mogwai, al quale abbiamo strappato la medaglia di bronzo per la sola mancanza di arrangiamenti perfetti come quelli del precedente "Mr. Beast", ma non mancano, come sempre, brani dal sapore sulfureo ("Batcat") e dalle armonie ancestrali ("Kings Meadow"). Si prosegue con il nuovo e attesissimo R.E.M. che non ha deluso le aspettative dei fan più accaniti e di vecchia data, che avevano cominciato a rimpiangere "Automatic For The People" o "Document": "Accelerate" è energico, tirato e saggiamente costruito su valide linee melodiche; forse pecca di un po’ di relax nell’ultimo quarto, ma di certo è da considerare come un gradito ritorno a quel rock viscerale che avevamo un po’ dimenticato. Ancora, ma quasi per devozione, il nuovo lavoro dei Dead Meadow: psichedelia e costruzione monocorde in giusta quantità, forse un po’ eccessiva dopo due dischi simili, ma di certo propositiva per momenti di puro delirio strumentale. Come non dare poi atto a mr. Reznor, ormai in coppia fissa col nostrano Alessandro Cortini, per un disco, "The Slip", che chiude efficacemente un ciclo molto discusso post-"Fragile" aprendo nuovi orizzonti di stupro elettronico, anche se non genialmente rifiniti come in precedenza. All’ottimo Trent va comunque costruita una statua d’oro per il forsennato utilizzo gratuito di internet per la diffusione della sua musica: il disco era difatti in download gratuito in 4 diversi formati digitali tre mesi prima dell’uscita nei negozi (non dovrebbe funzionare così un po’ in tutto?). Chiudono la nostra classifica l’atteso ritorno dei Verve (anche se questa storia delle reunion ci ha lievemente stancati, soprattutto per il discorso di cui sopra, nell’introduzione) che sfornano un buon lavoro, anche se leggermente ripetitivo nelle architetture, ma dotato del carisma melodico tipico della band che, forse in maniera più incisiva, ha messo in discussione la scena new rock britannica, e il nuovo lavoro di uno dei migliori chitarristi al mondo, Ry Cooder, forse uno dei pochi superstiti a saper saggiamente unire mondi sonori lontani e differenti (Cuba e San Francisco su tutti), formando un continuum concettuale privo di limiti spazio-temporali. Fuori dalla classifica ma degni di nota sono il nuovo e attesissimo Metallica, "Death Magnetic" (buon ritorno alle origini anche se con meno spirito creativo... Ma l’energia non è mai mancata), e il ritorno in studio dell’amato Jackson Browne, "Time The Conqueror" (canzoni notevoli, bei testi, ottimi arrangiamenti). Guns’n’roses e AC/DC? Lasciamo ad altri la parola: ne abbiamo un po’ le balle piene, dai... Sperando di non dover continuare a setacciare l’industria discografica (specialmente quella indipendente) nella speranza di incontrare nuove e valide idee, da parte mia un sincero augurio di buon anno. Stefano Gallone 1. EVELINE "Wake Up Before Dawn" Due zero zero otto davvero ricco dal punto di vista musicale: nuove uscite, raccolte d’eccezione (Cristina Donà, Subsonica e Afterhours, solo per citare gli italiani) e live di tutto rispetto (dal ritorno in Italia degli Smashing Pumpkins alle due giornate di Milano dei Radiohead). Nuove leve si affacciano sul mercato musicale (The Niro e Le Luci Della Centrale Elettrica) e vecchieglorie ritornano sulle scene (gli Offlaga Disco Pax con il loro nuovo album e i Massimo Volume per un tour dal sapore amarcord). Menu davvero succulento, ma da buona nostalgica, in mezzo a tutte queste novità, mi sono trovata ad ascoltare fino alla nausea dischi usciti nel 2007 ma che l’hanno fatta da padrone per l’anno successivo; tra i tanti, "In Rainbows" dei già citati Radiohead e "Technicolor dreams" dei campani A Toys Orchestra. Top ten dal sapore squisitamente italiano: si piazzano in vetta gli Eveline, collettivo di Bologna che riconferma il grande esordio con un album sorprendente; la musica nostrana continua a cullarci tra liriche impegnate e conturbanti con il cd che consacra il successo dei Baustelle, ci riporta agli anni ’70 con l’ultima fatica degli Afterhours e ci inebria con i testi onirici di Capossela. Fuori dal nostro bel paese, facciamo un salto oltremanica, dove gli Oasis finalmente tornano a convincere anche i fans di vecchia data, mentre i Bloc Party si riprendono dallo scarso successo della loro opera seconda. Per concludere, dall’altra parte dell’emisfero boreale, con l’ennesimo disco di quel prolifico talento che risponde al nome di Beck e con il ritorno dei Counting Crows, sempre in formissima, anche se mai ai livelli di "August And Everything After". Ma qui stiamo parlando di capolavori. Ci aspettiamo grandi cose anche da questo 2009: io, per portarmi avanti con il lavoro, ho già preso il biglietto del concerto dei Depeche Mode a San Siro il 18 giugno. E una bella ipoteca sull’anno nuovo l’ho già messa. Simona Fusetta
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