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PORCUPINE TREE Ed eccoci finalmente a disquisire sul nuovo albo 'firmato' Porcupine Tree, creatura in continua evoluzione guidata da 'prezzemolo' Steven Wilson. "Deadwing" era bramato da tempo dai fans del gruppo inglese, attesa in parte mitigata dal progetto Blackfield dello stesso Wilson con il meno noto Aviv Geffen, di cui si è già disquisito ampiamente tra la pagine di Sensorium. La domanda che ci poniamo ora è logica, ma forse da dirsi quasi sottovoce per evitare successivi 'linciaggi mediatici' da parte di ammiratori incalliti, per i quali qualsiasi cosa uscita dalla mente del buon Steven assume di fatto valore incalcolabile ed il termine 'capolavoro' diventa aggettivo d’obbligo in calce alla recensione di turno. Insomma, ecco il quesito: 'Deadwing' rispecchia in toto le capacità e le attese? Per chi scrive si e no. Indubbiamente il platter si pone come legittima continuazione del discorso intrapreso con il precedente e riuscito "In Absentia", equilibrando e mettendo più a fuoco quanto di buono in sede di songwriting e di produzione si era visto in precedenza, ossia chitarre corpose (al limite del metal in alcuni frangenti) contrapposte ad una delicatezza e soavità tipicamente inglesi, nonché una sempreverde vena psichedelica, vero ed imponente marchio di fabbrica dei Porcupine Tree. Pezzi validi come la lunga title-track (quasi 10 primi), peraltro arricchita da un guest solo di Adrian Belew (a tal riguardo, non lasciatevi sfuggire la recente prova solista del nostro in libera uscita dai King Crimson, "Side One") ed ulteriormente impreziosita dalle harmony vocals dell’amico Mike Akerfeldt (Opeth) o la più coincisa "Halo", dotata di un gran giro di basso, confermano in toto le qualità riconosciute al gruppo. Ma è nell’interezza che il tomo non convince appieno, forse per qualche filler di troppo ("Lazarus"?) o probabilmente (cosa di gran lunga più preoccupante) a causa di una stanchezza compositiva 'palbabile', che dopo svariati (ed attenti) ascolti diventa sempre più evidente. Ciò comunque nulla toglie alla forza del lavoro svolto da Wilson & Co. ed alla bravura di una band quanto mai matura e dotata, però si poteva (e doveva) fare di più, specie se paragoniamo "Deadwing" alle recenti uscite targate Inside Out a nome Kino (Maitland, perché non torni all’ovile?) e RPWL. Se persino dei 'dinosauri prog' come i conterranei Marillion hanno partorito un capolavoro del calibro di "Marbles", a dieci anni di distanza dall’altrettanto valido "Brave", va da sé che le speranze che i Porcupine Tree ritornino a stupire sono fondate e non mere parole buttate al vento. In ogni caso, rimane ovvio che il disco è consigliato e le disquisizioni di cui sopra sono solo (forse) il delirio di chi non si accontenta veramente mai... Andrea Del Prete
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