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PORTISHEAD Dopo oltre dieci anni, i bristoliani concedono il seguito del loro secondo, omonimo tomo: il trip-hop degli esordi appare come uno sbiadito ricordo al cospetto dei nuovi, undici brani di "Third", che si caratterizzano per tramite di un approccio meno scontato e pił sperimentale. I riverberi dub ed i languori glaciali e romantici lasciano spazio a sortite ossessive e minacciose (l'eccellente opener "Silence"), prossime alle tonalitą industriali (la marziale "Machine Gun", la scansione incalzante di "We Carry On"), pur conservando l'inconfondibile stampo sonico dei Nostri. Altrove, i ritmi si placano per cedere terreno al retrogusto analogico dei seventies, come nel caso dell'indicativa "Nylon Smile", di scuola Can, e delle affascinanti "Hunter" e "The Rip", con la vocalist Beth Gibbons sugli scudi: la riuscita esperienza dei Rustin Man (side project che la vedeva protagonista al fianco dell'ex-Talk Talk Paul Webb) permea del resto efficacemente buona parte di "Third". Rimarchevole anche la fase centrale dell'elaborata "Small", un puro estratto delle allucinazioni floydiane targate 1967. Il sentore pił familiare di "Plastic" e dell'eccellente "Magic Doors", tra le tracce migliori del platter, é peraltro permeato da un'angoscia palpabile, un tormento disturbante che si evince dolorosamente nell'epilogo di "Threads", sorta di versione tetra e funesta della pluridecorata "Glory Box". In conclusione, un ritorno degno, un disco vero e toccante, che smentisce la temuta premessa di un comeback a meri fini contrattuali: i Portishead decidono di restare nell'ombra, volgarizzando indirettamente pulsioni pił oscure ed estreme che daranno filo da torcere alla stampa 'grand public' ed ai loro sostenitori pił modaioli. Michele Dicuonzo
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