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RDB Rdb (Autoproduzione)
Prendete un po' di sane e genuine idee scaturite da un vostro definitivo collocamento al di fuori della continua omologazione quotidiana, fatene una cernita accurata, selezionando i vocaboli e le frasi pił sagge e ad effetto e contornate il tutto con una salsa di valido e puro rock mista a spruzzatine dell'indie e dell'alternative pił malsano: otterrete un frutto fresco, attraente e vigoroso, ma contenente una notevole dose di sensata rabbia e ordinato dissenso nei suoi meandri pił nascosti. Tutto questo č la ricetta della prima ufficiale fatica discografica degli RDB (Resto della band), quartetto milanese nato nel 2002 e gią conosciuto ed apprezzato sulla scena italiana e non solo. Formatisi nel 2002, girano locali proponendo cover riarrangiate in chiave rock di brani anni '70 e '80, ma nel 2004 arrivano subito le prime esperienze di composizione di brani propri. Nel 2005 vengono ingaggiati dalla Bugbear Promotions, grazie alla quale riescono ad ottenere diverse serate anche in Inghilterra, paese che toccheranno di nuovo nel 2006. Datati 2004 e 2005 sono anche i primi due demo autoprodotti, "Alice nel paese dei mangia I" e "Che strano". Disponibile nei negozi a partire dal 15 settembre, questo notevole e promettente esordio discografico sarą presentato ufficialmente il 24 dello stesso mese al Rock'n'roll di Milano.
Il disco, composto da otto brani (4 in italiano e 4 in inglese, quasi una sorta di vinile a due facciate contrastanti del tipo John Lennon/Yoko Ono, per dirla simpaticamente) per una durata che non scavalca la mezzora, si presenta all'ascolto con un immediato impatto sia sonico che concettualmente impegnato in testi profondi, caldi, ricchi di malinconica sostanza e che non esitano a fare subito il punto della situazione mettendo in evidenza problematiche sociali comuni ma raramente discusse in argomentazioni di attualitą. Parla chiaro la voce dell'ottimo Emanuele Galbusera (che un po' ricorda le coinvolgenti metriche del migliore Ray Alder dei Fates Warning) quando invoca "Se penso a un anno fa, se penso a ieri, pensare č inutile" nell'incisiva traccia di apertura "E' un giorno normale", o quando chiarisce "Troppe vite su misura ed occhi chiusi da una mano di censura" nella successiva, meravigliosa e 'simplemindsiana' "Vieni con me". E' una continua presa di coscienza con annesso rigurgito il sentimento che si estende attraverso gli altri due brani a seguire, "Non mi venire a dire" e "Che senso ha" ("Chissą che senso ha un film in un cinema chiuso, un quadro in una stanza vuota"), efficacemente contraddistinti dalle dinamiche della forsennata chitarra di Samuele Rampani e dalla precisa e rigorosa sezione ritmica tenuta da Giovanni D'Avanzo e Stefano Tedesco. Rabbia, incomprensione, delirio, giustificazione, ricerca di se stessi e necessitą di sopravvivenza ideologica sembrano essere i pilastri portanti di un gruppo di persone che ha le idee fin troppo chiare dal punto di vista sia strumentale che poetico e concettuale.
Ma ecco che, quando meno te lo aspetti, spunta un 'lato b' pił isterico e tumefatto: 4 brani di grezzo e sincero alternative mettono in risalto le eccellenti doti esecutive del quartetto lombardo, partendo dalle schitarrate al sapor di Deftones 'funkyzzati' di "Killer geyser", passando per le metriche pił punk-rock di "Voices", per arrivare ad un hard rock corposo e ad una sorta di punk'n'roll con le finali "The maze" e "Flat by the railway", brani che offrono una prosperosa e cardiopalmica botta finale ad un lavoro che lascia aperte molte, speranzose porte per il futuro sia della band che di una nuova forma di concepire un semplice e garbato rock attraverso metodiche di commistione tra generi, i cui punti in comune risiedono soprattutto nella cospicua capacitą trainante delle composizioni. Consigliatissimo l'ascolto. Attesi su palcoscenici ben pił importanti.
Stefano Gallone
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