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STEFANO IANNE
Variabili Armoniche
(Artesuono)

Meraviglioso. Non ci sono altri aggettivi per definire questo lavoro di Stefano Ianne, compositore padovano che va ad inserirsi di diritto tra quei pochissimi in grado di coniugare sperimentazione e attenzione alla melodia, musica colta che richiede impegno nell’ascolto ma che (giuro...) ha fatto interrompere a mia madre, che non ha mai comprato un disco in vita sua, il quotidiano lavaggio dei piatti per venirmi a dire: "Ma che belle ‘ste canzoni!". Dodici brani strumentali il cui denominatore comune è una forma di minimalismo molto particolare, lontano dalle musiche di Basinsky o dal cinema ottenuto per sottrazione di Aki Kaurismaki, più accomunabile per strutture e cambi di intensità ritmica e melodica al filone definito 'post rock', il tutto mescolato con una sana dose di musica per film.

Infinite variazioni e microvariazioni rinnovano i temi musicali, attorno ai quali si sviluppano gli arrangiamenti, ora delicati, ora più incisivi, che esaltano soprattutto gli archi guidati dall’estroso violino di Simone D’Eusanio. Riuscita e funzionale la scelta delle percussioni, fondamentali nelle impennate, ma in questo "Variabili Armoniche" ogni strumento ha il suo ruolo che risponde alla dottrina, forse banale ma raramente tanto azzeccata, del 'poche note, ma al posto giusto'. Tentando, per quanto ci è concesso, di approssimarci alla filosofia musicale che funge da scheletro a "Variabili Armoniche", potremmo parlare di un minimalismo come metafora dei tempi, logorati dalla ripetizione. Ma il compositore padovano ci invita a cogliere le piccole sfumature che danno colore, anche se parliamo di toni alquanto uggiosi, alla reiterazione dei gesti quotidiani; infatti i componimenti nascondono spesso un sostrato di delicata tristezza, molto vicina al calore della malinconia, e raramente i pezzi, pur cercando una redenzione nei finali in crescendo, se ne sottraggono.

Come detto in apertura, ciò che maggiormente sorprende del disco in questione, non sono tanto gli appena citati arzigogoli tecnici o la perizia dei musicisti, ma il fortissimo impatto emotivo dei pezzi: ascoltare l’ipnotica "Ghandames", lavorata su sonorità arabesche (che oltretutto va a beccare il giro più riuscito del lavoro, rappresentando probabilmente ciò che Battiato ha sempre cercato), o la malinconica "Aurore", o l’acidità spettrale di "Ludwig", non può certo lasciare indifferenti. Si esce provati dall’ascolto, forse migliori.

Simone Ungaro

 

 

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